Visita, Gioca, Recensisci: Let’s Play, la Prima Fiera del Videogioco in Italia

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In un mondo che ragiona da un punto di vista prettamente economico, si può snobbare un settore che muove un mercato tra i sessanta e i novanta miliardi di dollari? In un Occidente a trazione sempre più geriatrica, si può ignorare un know-how moderno di un’industria giovane e in forsennata espansione? In un circuito massmediatico saturo e spesso satollo, si può relegare l’ultimo degli arrivati in uno stanzino senza luce e acqua? La risposta a queste tre domande retoriche è, ahiloro, sì, dove loro sono i videogiochi. Poche cose sono al mondo più divisivi di essi: masse comunque enormi si muovono alla loro guerra o alla loro appassionata difesa.

Un approccio meno dicotomico ha provato a fornirlo il recente Let’s Play – Festival del Videogioco, tenutosi a Roma dal 15 al 19 marzo.

Fumito Ueda

L’evento, essendo alla prima edizione, rappresentava una novità dal punto di vista commerciale per il nostro Paese, ma non per la Capitale che da qualche anno ha scelto di intercettare le attenzioni di questa grossa fetta di pubblico (la recente mostra GAME ON 2.0 con una grande carrellata di giochi, da Pac-Man fino ai giorni nostri, e l’istituzione del Museo del Videogioco, ad esempio). Let’s Play si è tenuto nei padiglioni dismessi di una caserma sita davanti il MAXXI, il cosiddetto Guido Reni District. Pur essendo una prima edizione l’organizzazione ha tenuto particolarmente a tener viva la parte didattica del progetto presentando numerosi workshop, panel e l’istituzione di un premio, il Drago d’Oro, consegnato ai giochi migliori dell’anno o ai game designer che si sono particolarmente distinti. Tra quest’ultimi si segnala la presenza di Fumito Ueda che con i suoi ICO e il recente The Last Guardian tanti plausi ha saputo attirare per la sua marcata autorialità grafica e un concetto di gioco che prevede un open world di straordinaria complessità ben diverso dai canoni ultraviolenti ai quali i non addetti credono che il mercato videoludico sia confinato.

Let’s Play, al di là di facili arroccamenti ideologici, ha voluto proporsi sin dalla prima giornata come uno stakeholder del settore dialogando con le istituzioni. La presenza del viceministro dell’Economia e delle Finanze Enrico Morando è stata, durante la prima giornata, una specie di suggello all’importante scelta del precedente governo di estendere la tax credit (agevolazioni fiscali) a tutto il reparto audiovisivo, compresa la produzione e distribuzione dei videogiochi. Questo è un passo importante per il settore perché segnala l’avvenuto cambio di rotta verso una realtà che qui in Italia arranca tra grandi difficoltà economiche e provincialismi che costringono i nostri giovani ad emigrare negli U.S.A. o in Giappone.

The Last Guardian

Una spinta ulteriore verso questo riconoscimento il Let’s Play l’ha fornita dedicando un grande padiglione della fiera alle realtà locali che dietro la sponsorizzazione della Regione Lazio hanno sviluppato i propri prodotti videoludici. Si trattava di piccoli giochi non in grado di competere naturalmente con i cosiddetti blockbuster games e nemmeno con le realtà indie dei Paesi più sviluppati, ma segnalano l’avvio di una fase forse finalmente autoctona del settore. La parte del leone nei giorni della kermesse è stata comunque interpretata dalle tre maggiori console del mercato che hanno approfittato dell’evento per presentare alcune anteprime e cavalli di battaglia.

La Sony ha mostrato l’abbagliante Horizon Zero Dawn, fantasy dalle proporzioni bibliche e con un motore grafico potentissimo, e portato in anteprima Tekken 7, ultimo episodio di uno dei picchiaduro più amati della PlayStation. La Nintendo ha entusiasmato i più piccoli e le famiglie con la sua ultima nata, la Nintendo Switch, che persegue nella sua politica di ibridazione tra console portatile e fissa, ed incrementa la manualità dei suoi giochi (ad Arms si simula con i due controller Joy-Con una variante del pugilato, ma bimbi e padri se le suonavano di santa ragione ridendo allegramente). La Xbox si è limitata a portare i suoi più grandi successi, da Overwatch a Gears of War 4.

Nintendo Switch

Numerose erano le postazioni libere dover poter giocare a questi ed altri giochi e, nonostante noi fossimo andati nella giornata di chiusura, giorno della festa del papà che ha visto naturalmente la presenza di tante famiglie, c’è stata la possibilità di provarle tutte. La presenza di alcuni YouTuber che si sono affermati proprio postando le loro sessioni da gamer, gli imprescindibili CiccioGamer, Jok3r e Favij, è il necessario obolo da pagare a una realtà che riesce a far nascere il fandom estremo che noi vecchi abbiamo, che so, per Radiohead e Tarantino, in bambini e ragazzini. Se il collegamento con i fenomeni della rete ha comunque funzionato bene ed avuto successo, una nota di biasimo va invece ai riferimenti metatestuali sempre più pervasivi con il cinema, che il Let’s Play ha limitato a due workshop accalappia-pubblico (il mercoledì con Sydney Sibilia, regista di Smetto quando voglio, e il venerdì con Matteo Corradini dei The Pills), ad una postazione con lo xenomorfo dell’imminente Alien: Covenant e ad una poverissima mostra fotografica sul recente Logan di James Mangold.

Metal Slug

È sembrato insomma che si volesse legittimare la valenza culturale dell’evento cercando i nessi con gli altri media, soltanto che l’encomiabile volontà si è scontrata con una sciattezza di fondo altrove fortunatamente assente. Si veda, ad esempio, l’interessante e oramai immancabile capannone dedicato al retrogaming che sviluppato in due direzioni, una cronologica e l’altra tematica, ha messo in mostra un gran numero di console famose e non (la Real della Panasonic, chi era costei?) oltre a giochi dove i trentenni/quarantenni hanno pianto lacrime di sangue e gettoni (qualcuno ha scritto Metal Slug?!).

Le oltre 31.000 presenze registrate nei cinque giorni della fiera fanno del Let’s Play un nuovo paradigma italiano che si spera sarà riproposto e ampliato già a partire dal prossimo anno. Le potenzialità per un miglioramento dell’offerta sono enormi, così come la passione soggiacente il progetto, ma, si sa, il secondo livello è sempre il più difficile, parafrasando Caparezza.