Una Voce dall’Argentina: Intervista a Mariana Enriquez

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Tre racconti per dare voce ad altrettanti problemi che affliggono uno dei paesi più belli del mondo, l’Argentina. Tre storie che ci hanno permesso di conoscere Mariana Enriquez, giornalista e scrittrice nata a Buenos Aires, e che, grazie a Caravan Edizioni, l’anno scorso abbiamo potuto leggere, con la traduzione di Simona Cossentino e Serena Magi, nell’antologia Quando parlavamo con i morti.

Non ancora soddisfatti, ritorniamo sull’argomento, proponendovi un’intervista alla gentilissima Mariana che ci ha resi partecipi del processo creativo che l’ha portata al libro e ci ha svelato l’origine di alcuni suoi personaggi e delle idee che hanno dato forma ai tre racconti in esso contenuti.

Mariana Enriquez

I personaggi principali del libro Quando parlavamo con i morti appartengono al genere femminile (Silvina, Mechi, Vanadis, Pinocchia). È una scelta voluta, atta a intensificare il messaggio espresso (maggiormente sentito e autentico se proveniente dalle donne vittime di violenza e dalle madri dei desaparecidos), o si tratta di una casualità, dovuta magari al fatto che, essendo donna, è più semplice immedesimarsi in vicende che riguardano altre donne?

«Volevo soltanto scrivere personaggi femminili. I miei primi libri, due romanzi pubblicati nel 1996 e nel 2004, hanno come protagonisti degli uomini, li ho scritti da un punto di vista maschile… e volevo provare qualcosa di nuovo. Così, quando mi sono cimentata con i racconti, ho iniziato a scrivere di donne, usando il punto di vista femminile, qualcosa che non avevo mai fatto prima. Inoltre, ho una particolare predilezione per le adolescenti nella letteratura, adoro quella fase della vita, è passionale, indomita, in un certo senso persino patologica. Quindi la mia è una scelta ponderata, ma più inerente alla scrittura in senso stretto che al pensiero di identificarmi o di conferire all’opera una maggiore drammaticità: difficilmente mi fermo a riflettere su queste cose mentre scrivo. In linea generale penso a un’idea per una storia ed è la storia stessa a suggerirmi voce narrante e personaggi. Questi racconti sono rappresentati da donne perché possiedono elementi appartenenti all’ignoto e all’estremo che secondo me rendono meglio da un punto di vista femminile».

Copertina del libro Quando parlavamo con i morti (Caravan Edizioni, 2014)

Il finale del racconto che dà il titolo all’antologia mette all’angolo, con toni d’accusa, l’unico personaggio reo di non possedere ricordi personali legati ai desaparecidos. Eri solo una bambina quando Videla prese il potere in Argentina: puoi dirci qualcosa della tua esperienza?

«Ricordo la mia infanzia come qualcosa di fantasmagorico ed isolato. La mia famiglia non era interessata alla politica, ma era al corrente di cosa stesse accadendo; in casa si respirava un’inquietudine che i miei tentavano di tenermi nascosta rendendo il tutto ancora più strano. È stata anche triste. Cresci circondata dall’angoscia, dal silenzio, dalle complicità e dall’accettazione dell’orrore. La dittatura argentina agiva in segreto, i massacri non avvenivano in pubblico. Aleggiava costantemente un clima di paura nell’aria. Ci sono stati naturalmente anche momenti felici: ricordo in particolare le elezioni, nel 1983, il ritorno della democrazia. Il sollievo è stato immenso».

Alcuni dei tuoi personaggi sono estremamente realistici e dettagliati, ad esempio Vanadis. Nel costruirli avevi in mente persone esistenti oppure sono totalmente frutto della tua fantasia?

«Di solito non mi ispiro a persone realmente esistenti. Quindi no, è tutto frutto dell’immaginazione. A volte mi baso su attori e musicisti ma solo per l’aspetto fisico dei miei personaggi».

Vanadis simboleggia l’infanzia violata, abusata, contaminata dall’egoismo e dalla perversione degli adulti. Quella di incentrare un racconto sui bambini scomparsi è un’idea recente o qualcosa che pianificavi da tempo?

«La scomparsa di bambini è un problema quotidiano che è sempre presente in Argentina: sono centinaia i bambini che sono spariti durante la dittatura, nella maggior parte dei casi le madri venivano rapite in stato interessante ed i bambini venivano alla luce nei campi di concentramento o in strutture militari. Molti sono stati rintracciati, alcuni vengono trovati ancora oggi, le loro nonne li stanno cercando (adesso naturalmente sono diventati adulti). Quindi è un’idea perennemente presente. I bambini del mio racconto sono diversi, sono stati abbandonati, uccisi o cacciati di casa, sono bambini che fanno parte dell’attualità. Ad essere sincera l’idea mi è balenata in mente quando ho visto in metropolitana il cartellone pubblicitario di una ONG con immagini di bambini scomparsi, bambini che erano scappati di casa o qualcosa del genere, e mi sono chiesta perché le foto avessero una qualità tanto bassa come se i bimbi stessero davvero svanendo nel nulla. Vedere quelle fotografie è stato inquietante: oggigiorno, nell’era dei selfie, scattano tutti ottime foto. Perché invece questi bambini erano così sfuggenti? Da quell’idea è venuta fuori la storia».

Stephen King nel film Cimitero vivente (Pet Sematary, 1989) di Mary Lambert

In una tua intervista hai dichiarato che ti sarebbe piaciuto scrivere Pet Sematary di Stephen King. Quanto il suo romanzo, e il racconto Grano rosso sangue, hanno influito nella stesura di Bambini che tornano?

«Vengo molto influenzata da Stephen King, in particolar modo dalla sua maniera di far sì che l’orrore interrompa il normale svolgersi della vita; inoltre, penso sia uno scrittore politico, azzarderei persino socialista: Carrie secondo me è un romanzo sul bullismo e il fanatismo religioso nelle cittadine americane, sui massacri nelle scuole ancor prima che si verificassero nella realtà. Pet Sematary è più psicologico, credo ruoti intorno alla paura della morte, della perdita; in generale comunque ne sono influenzata quindi probabilmente ho usato alcune caratteristiche dei suoi bambini per immetterle nei miei».

Il finale criptico del terzo racconto lascia presagire una sorta di vendetta dei bambini nei confronti degli adulti, da cui si sentono feriti e abbandonati. Potresti condividere con i tuoi lettori come immagini il seguito del racconto? Cosa accadrà l’estate seguente?

«Oh, non ne ho idea! Non ho mai pensato ad un sequel».

Mariana Enriquez

Il racconto Le cose che abbiamo perso nel fuoco vede le protagoniste praticare gravi atti di autolesionismo per mostrare solidarietà alle donne vittime di violenza da parte degli uomini, e per punire indirettamente questi ultimi. Come è nata l’idea di associare i roghi dell’Inquisizione a un rito di rinascita, di purificazione acquisita mediante la deturpazione del proprio corpo?

«In Argentina c’è stata una vera e propria epidemia di uomini che bruciavano vive le loro compagne; una forma molto specifica di femminicidio e violenza che ha emulato ciò che ha fatto il famoso batterista di una rock band (NdR Eduardo Vázquez dei Callejeros che nel 2010 diede fuoco alla moglie Wanda Taddei). Accade ancora, uomini che appiccano il fuoco sulle loro donne. Mi ha molto colpita; e mi ha fatto pensare all’autolesionismo come forma di resistenza, come creazione di una nuova carne e una nuova bellezza, la massima riconfigurazione della forza. Il sommo controllo del proprio corpo. Volevo scrivere una storia ispirata dalle donne che sono state punite perché accusate di essere delle streghe ma non volevo far uso del materiale attuale, non volevo scrivere un pezzo su un determinato periodo storico né di persecuzione religiosa o del proprio credo, nulla del genere. Ho iniziato a pensare a come le donne di oggi venissero punite, a cosa non fosse loro permesso, a quale fosse la moderna concezione di disobbedienza, la reazione più estrema. Così mi è apparsa in mente questa nuova era dei roghi».

Quali sono i tuoi progetti futuri? Stai lavorando a qualche nuovo libro?

«Ho appena finito un altro libro di racconti e sto scrivendo un romanzo ma non so quando riuscirò a ultimarlo; ho buttato giù duecento pagine ed ho ancora tanto da scrivere».