Cats: Musical a Quattro Zampe

Andrea Lupo 22 febbraio 2011 primo piano, teatro, vedere 3 commenti

«Because jellicles are and jellicles do, Jellicles do and jellicles would, Jellicles would and jellicles can, Jellicles can and jellicles do…». Lo ammetto subito: è da anni che mi “nutro” letteralmente di questo testo e della musica che lo accompagna e più precisamente dal lontano 1992, quando per la prima volta misi piede a Londra durante il tipico viaggio-vacanza familiare contrassegnato da forsennati tour museali e tappe obbligate alle steak-house di turno. Non riuscivo letteralmente a staccare lo sguardo da quelle maxi-affissioni, che ornavano facciate di palazzi e ponteggi di cantieri, dalle quali, sprofondati in mezzo ad uno sfondo nero-pece, due occhi gialli felini e misteriosi mi scrutavano per le vie della capitale britannica, corteggiandomi con le loro scintillanti promesse mentre due sagome danzanti “nascoste” dentro quelle iridi (che solo io sembravo vedere) sussurravano silenziose il loro incantesimo. Fu in quel magico “jellicle day” che mi innamorai del musical più rappresentato della storia del Teatro londinese. Inutile dire che le mie suppliche di andarlo a vedere, coinvolgendo ovviamente lo scettico gruppo familiare, rimasero inascoltate come una profezia di Cassandra e così dovetti accontentarmi di acquistare il poster, la t-shirt e, naturalmente, la musicassetta che ad oggi è divenuta un logoro feticcio testimone della mia mai domata infatuazione musicale. Accadde così che Munkastrap, Jellylorum, Bombalurina e gli altri stravaganti membri della scanzonata Jellicle gang divennero i miei eroi e “Cats” uno degli spettacoli musicali sui quali ho riversato per anni le più rosee aspettative, almeno fino al giorno in cui lo avrei visto (finalmente) rappresentato in un teatro. Naturalmente il sogno di vederlo nella sua sede naturale (a Londra dove lo spettacolo ha visto il suo parto naturale nel 1981 prima di passare a Broadway) non si è mai avverato, ma quello che la Compagnia della Rancia con questo allestimento ormai in giro da due anni è riuscita a realizzare nei teatri italiani (e finalmente anche a Catania) è davvero quanto di più vicino possa esserci alla realizzazione del sogno di un appassionato… Specialisti del musical ormai da vent’anni, appassionati e rispettosi cultori dei classici oltre che artisti dotati e preparati sotto ogni profilo, questo affiatato gruppo (che ormai è società di produzione) è riuscito nell’impresa di restituire sui palcoscenici italiani tutta la magia originale dell’opera di Andrew Lloyd Webber, e non semplicemente limitandosi a reinterpretare le musiche con cui il grande compositore londinese cesellò i poetici versi di T. S. Eliot (tratti dal libro “Old Possum’s Book of Practical Cats”), ma adattando l’intera operazione al gusto e alla tradizione teatrale nostrana. “Cats” non a caso è stato definito da molti uno spettacolo “familiare” ma non tanto perché, ad una prima impressione, non sembrerebbe ascrivibile al cosiddetto teatro adulto (in realtà l’opera originale musicalmente è frutto di arditi e studiatissimi accostamenti fra generi mentre sotto il profilo del libretto la storia, più che nella fiaba, sconfina nella pura metafora), ma piuttosto perché riesce a far convivere, dentro una forma “accessibile” a chiunque, le tante sfaccettature di una messa in scena moderna (ballo, musica, coinvolgimento del pubblico) con l’origine letteraria (le poesie per bambini di Eliot) e infine con le esigenze del teatro “pensato”.

La Compagnia della Rancia, nella sua opera di adattamento, è riuscita ad aggirare intelligentemente le trappole che il testo originario poneva per la sua difficoltosa praticabilità (nella versione inglese, infatti, melodia e testi convivono in un’esemplare sinergia che conferisce velocità e potenza ad ogni singola strofa) sacrificando un po’ dell’energia presente nell’originale per guadagnare maggiormente in simpatia recitativa e, soprattutto, in melodia e colore. Se difatti nel “Cats” di produzione inglese (si badi, il mio giudizio è fondato sulla visione dell’unica versione in dvd esistente sul mercato) molto spazio è lasciato alle abilità fisiche dei performer, le cui movenze feline si inscrivono in stupefacenti coreografie di danza, nel “Cats” italiano il ballo, pur presente, non è al centro della rappresentazione mentre viene dato spazio anche al funambolismo circense, alla coralità e alla teatralità della prestazione canora. Così, accanto a brani di risaputa bellezza (“Memory”, in italiano “Ricordi”, interpretata da una sensazionale Grizabella-Giulia Ottonello o “Deuteronomio” puro virtuosismo webberiano), assistiamo a simpaticissime rivisitazioni (“Sghembo express” con un carrello della spesa trasformato in locomotiva) e perfino a un momento magico come “La ballata di Gattigre”, dove si salta dal canto alla recitazione passando per l’animazione in stile ombre cinesi e si conclude con la splendida “Ballata di Billy McCaw”, che in edizioni straniere più recenti è stata sostituita da un duetto composto sempre da Webber e che invece la Compagnia della Rancia (intelligentemente) recupera per il proprio spettacolo, regalando al pubblico una versione del brano perfino superiore a quella dell’originale oltre che uno dei momenti più intensi e commoventi dell’intera serata. Meriti che vanno divisi tutti e non solo fra i componenti della compagnia (da unire nell’encomio), ma anche con il regista Saverio Marconi (vera anima della Compagnia), con il coreografo Daniel Ezralow, con gli abili Michele Renzullo e Marco Travaglio (autori delle piacevolissime traduzioni) e infine con un’orchestra rigorosamente dal vivo che, come nella grande tradizione del musical londinese, ha reso questa esperienza, se possibile, ancora più autentica e coinvolgente. Naturalmente sulla carta la storia resta sempre la stessa e vede alternarsi, nel corso di due atti privi di qualsiasi momento di stanca, i diversi componenti del gruppo dei Jellicle Cats che, sullo sfondo di un dismesso Luna Park (ovviamente illuminato dalla luna), si presentano agli uomini per raccontare il mondo a cui appartengono, con tutti i vizi e le virtù che lo caratterizza. «I gatti ci affascinano per ragioni molteplici, ma forse soprattutto perché – misteriosamente – ci permettono di conoscere meglio noi stessi» ha detto Trevor Nunn, regista teatrale della prima edizione londinese, e questa frase esprime, come meglio non si potrebbe, lo spirito che anima l’intera opera. I gatti si presentano al pubblico, dai dispettosi Mangojerry e Zampalesta fino alla ripudiata e ormai decaduta Grizabella, dal vecchio e saggio Deuteronomio fino al diabolico Macavity, come un campionario di caratteri nei quali non è difficile scorgere qualità e vizi del tutto umani (si va dal donnaiolo al ladro, dal vanitoso al nostalgico attore di teatro, dalla pigra al grasso specialista di menù). Misteriosi naturalmente, imprevedibili spesso, fieri e orgogliosi sempre, i Jellicle Cats fin dalle prime battute rivelano al pubblico il mistero dei loro tre nomi: quello da usare quotidianamente e spesso dato dall’uomo, uno più caratteristico e dignitoso che – per citare T. S. Eliot – «permette ad ognuno di tenere la coda perpendicolare e mettere in mostra i lunghi baffi», e infine un nome segreto, quello che solo il gatto conosce ma che non rivelerà, quell’ineffabile nome nella cui contemplazione egli stesso si perde.

Tre diversi modi per vedere il gatto, ora come un animale da addomesticare e nulla più, ora dignitoso come un uomo, ora creatura imperscrutabile a tutti gli umani ma che gli uomini (cioè il pubblico), in una magica notte di riti, rivelazioni e magia, forse avranno la possibilità di conoscere un po’ meglio. Gatti che vivono nell’attesa di una rinascita che non è però una delle tanto mitizzate “sette vite”, ma una vera e propria ascesa verso una dimensione superiore, quella a cui può accedere solo chi ha ritrovato sinceramente la propria umiltà dopo aver sofferto duramente nel cuore. Alla fine il giudizio felino riconoscerà in Grizabella la ex glamour cat, il gatto degno di elevarsi fino al tanto celebrato “Dolce Aldilà”. Così, dopo carrellate giocose fra bidoni della spazzatura, copertoni e polverose discariche, i gatti multicolore (firmati Coveri per l’occasione) fanno vibrare per tutto il teatro le note del supremo perdono, ultimo atto di un sogno che forse non c’è mai stato ma che mai è stato così realistico. Finalmente il pubblico catanese ha avuto la sua possibilità di partecipare al rito di “Cats”, uno spettacolo fuori dal tempo (e forse per questo è così duraturo) che allinea i mici in una ideale “a chorus (fe)line” e li fa parlare come uomini ma solo per dare a questi ultimi uno specchio in cui ritrovarsi e, quindi, per indurli a diventare più indulgenti con queste creature e magari a meritare di “conoscere il loro nome”. E finalmente anche il sottoscritto ha potuto realizzare il sogno di potere scrutare meglio dentro quegli occhi che da quasi vent’anni lo guardavano solo da un manifesto. Perché stavolta quegli occhi si sono accesi realmente nel buio di un teatro…



L'autore

Andrea Lupo

La sua nascita è stata decisa al termine di un lungo dibattito familiare che lo vedeva in ballottaggio con una Fiat 500 (erano gli anni ’70 e il budget era troppo ristretto per entrambe le cose): alla fine i suoi optarono per il terzogenito “senza mai pentirsene troppo” come gli fecero sapere intorno ai dodici anni. Vocazione principale il disegno (o, almeno, quello che viene fuori quando prende le matite in mano) e la grafica in generale. Talmente forte è stata la sua passione per le arti visive che ha deciso infine di prendersi la laurea in giurisprudenza e coronare così la sua frustrazione. Oggi scrive di cinema (il suo secondo amore insieme al disegno) e fa vignette qua e là un po’ per amicizia (e gli amici vanno fieri di essere bersaglio dei suoi sfottò visivi) un po’ per professione. Di tanto in tanto fa l’insegnante alla scuola superiore ma solo per un puro interesse antropologico (ritiene che gli adolescenti attuali sono una categoria biologica degna del National Geographic) e non perché si è abilitato per farlo. Di tutto il resto (hobby, abitudini, passione per la nutella o per i bassorilievi rinascimentali) ritiene che alla gente non gliene possa fregare un aka…

  • giuseppe floriano Bonanno

    Bravo Andrea, davvero una bella recensione, intensa e piena di passione che cerca di trasmetterci la magia di uno spettacolo ed un mondo così vicini eppur lontani….
    ciao

  • andrea

    Grazie Giuseppe,

    è davvero “sentita” in effetti….
    Il mondo del musical in realtà non è mai stato così vicino come in questo “Cats”.
    Vedere per credere…

    A presto
    Andrea

  • Danilo

    Cats rappresenta un musical “a tutto tondo” a cui i (cosiddetti) “musical” di oggi (non cito esempi, perché mi dilungherei…) dovrebbero riferirsi per definirsi tali e non ridursi a semplici spettacoli musicali, come più propriamente dovrebbero essere catalogati.
    Concordo con te, Andrea: la rappresentazione catanese è stata davvero degna dell’originale…tant’è che l’ho rivisto una…seconda volta!!!!