Il sorpasso: Vittorio Gassman Vive e Lotta Ancora Insieme a Noi

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L’influenza di Vittorio Gassman, dopo le accuse dei suoi contemporanei di essere fin troppo consapevole del suo smisurato talento tanto da eccedere nella mattatorialità, oggi fortunatamente sopravvive in forme più pacifiche e assodate. Almeno due generazioni di attori si sono confrontate con la presenza scenica del grande interprete romano e perfino gli autori di teatro hanno scritto personaggi basati sul suo forte istrionismo.

Il sorpasso – Luca Di Giovanni e Giuseppe Zeno

Nel caso de Il sorpasso, riduzione scenica del capolavoro di Dino Risi (uscito al cinema nel 1962) che abbiamo ammirato qualche giorno fa al Quirino di Roma, teatro intitolato dal 2004 proprio a Gassman, queste centripete forme ereditarie convergono nel più affettuoso degli omaggi. Facciamo però un passo indietro e andiamo con calma al film originale che rappresenta paradigmaticamente forse il più fulgido esempio di commedia all’italiana. Sceneggiato oltre che da Risi stesso dai due pesi massimi della scrittura cinematografica Ruggero Maccari ed Ettore Scola, Il sorpasso riesce ad essere, oltre che una commedia dai perfetti tempi comici e dalle battute esilaranti (- Sembra di stare in Inghilterra. – Perché, per la campagna? – No, viaggiamo sempre sulla sinistra!), un mai banale studio antropologico su due tipi agli antipodi, uno spaccato sociologico sull’Italia del boom e sui “vincitori” di quell’epoca fin troppo idolatrata, ed un coraggioso esempio di autorialismo (il finale bellamente drammatico rispetto ai gusti del gran pubblico a cui era comunque indirizzato).

Lo spettacolo andato in scena al glorioso Teatro Quirino con la regia di Guglielmo Ferro e l’adattamento di Micaela Miano mantiene intatta la base narrativa della pellicola scegliendo di traslarne fedelmente sul palcoscenico lo script originale. Un’operazione di copia e incolla altrove deprecabile qui diventa forse l’unica modalità possibile di trasposizione a teatro. Tutto è perfettamente coincidente col materiale di partenza: a partire da Giuseppe Zeno che, una volta dismessi i panni del bello e ombroso protagonista di fiction televisive, mostra una sorprendente capacità mimetica verso Gassman replicandone voce, cinetica e maschia fisicità, fino ad arrivare ai comprimari che rispettano ossequiosamente i regionalismi dei personaggi secondari.

Una volta abituatesi a questa sovraimpressione massmediale, l’attesa verso le scene del film (per quasi tutti quelli che conoscono a memoria l’originale; i restanti apprezzeranno comunque un ritratto ancora moderno di un’epoca importante) passa in secondo piano e la curiosità vira piuttosto verso la tecnica registica vera e propria. Il lungometraggio di Risi è un road movie che passa con naturalezza in almeno cinque set diversi e che, come le belle commedie di una volta, riesce a rendere indimenticabili anche con una sola battuta diversi caratteristi.

Il sorpasso – Luca Di Giovanni e Giuseppe Zeno

La regia teatrale di Guglielmo Ferro in questo senso si segnala per l’uso di accorgimenti scenografici (le videoproiezioni in bianco e nero, ad esempio) che non rischiando mai la baracconata riescono a trasmettere in maniera fluida, senza tempi morti dovuti a possibili ausili meccanici, i numerosi cambi di set e costumi. Perfino l’omaggio della presenza sul palco della Lancia Aurelia B24 protagonista della vicenda originale è giocata senza compiacenza onanistica ma semplicemente dal punto di vista simbolico di un intero decennio. L’unica nota poco calibrata di rilettura si può trovare nella stesura della sinossi compilata dall’ufficio stampa dei produttori dello spettacolo (Bananas srl, ABC Produzioni, Teatro Arte e Marche Teatro) che descrive il viaggio di Bruno e Roberto come un itinerario jarmuschano (sic!). Il maestro Dino Risi rivisto attraverso le alterne fortune di un artista contemporaneo sopravvalutato non è postmodernismo ma un sorpasso azzardato sulla corsia dell’ermeneutica!