Non li dimostra affatto i suoi ottantaquattro anni Orizzonte perduto (Lost Horizon), romanzo fantastico dello scrittore inglese James Hilton, la cui prima edizione risale al 1933 e che viene universalmente annoverato nella categoria di quei libri che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della letteratura. Un segno indelebile perché il volume e l’omonimo film che ne trasse Frank Capra nel 1937 hanno contribuito a creare un vero e proprio mito, quello di Shangri-La, utopia tibetana di un luogo lontano, misterioso e irraggiungibile, di puro desiderio umano e di grande e profonda spiritualità.

Copertina del romanzo Orizzonte perduto (Sellerio)

È, infatti, qui, in un monastero nascosto tra le più alte vallate dell’Himalaya, che si sviluppa la narrazione di Hilton e prende corpo quella sua visione di un mondo perduto e meraviglioso, che mantiene la giovinezza e la serenità, ma che, allo stesso tempo, diventa una prigione implacabile da cui è impossibile fuggire ed in cui è quasi impossibile arrivare.

Shangri-La «ospita una antichissima e segreta città di saggi, raccolti da ogni parte del mondo, di sesso, cultura, religione e temperamento diversi, che meditano, studiano, vivono estremamente longevi e passabilmente felici senza inseguire un preordinato disegno di felicità e soprattutto senza preoccuparsi di imporlo per le vie della religione o della condotta o dell’utopia». Questa descrizione, che apre l’edizione Sellerio uscita nel 1995 con la traduzione di Simona Modica, introduce il lettore in quel luogo affascinante che è l’assoluto protagonista del romanzo. Ognuno degli abitanti di Shangri-La tenta con le armi della cultura, della sapienza e della moderazione di salvare il mondo dalla sua autodistruzione, riuscendo addirittura a sconfiggere il trascorrere del tempo.

Ed è in questo scenario, fantastico e misterioso in ugual misura, che giungono gli altri quattro protagonisti di Orizzonte perduto: siamo nei territori del Raj britannico, l’anno è il 1931, e una piccola rivoluzione costringe i cittadini occidentali ad evacuare Baskul per trovare riparo a Peshawar. Su uno degli aerei utilizzati per il trasferimento trovano posto il console inglese Hugh Conway, Miss Roberta Brinklow della Missione Orientale, Henry D. Barnard, cittadino degli Stati Uniti, e il capitano Charles Mallinson, viceconsole britannico. Dopo un dirottamento e un atterraggio forzato tra le montagne del Tibet si scopre ben presto che i quattro sono stati rapiti e poi soccorsi per essere condotti proprio a Shangri-La.

Locandina del film Orizzonte perduto (1937) di Frank Capra

Capirne il perché è forse l’ultimo dei motivi che spingono il lettore ad avventurarsi nelle pagine di Hilton: prima c’è da fare i conti con il proprio animo, che è lo stesso dei personaggi, e capire quale possa essere la sensazione dominante di chi si ritrova catapultato in un “paradiso” nascosto tra le montagne e da cui è difficile “evadere”. C’è chi si integra tranquillamente nel nuovo ambiente, accettandone tutti i benefici, ancorché inspiegabili, e chi tenta il tutto per tutto pur di ritornare alla cosiddetta civiltà. Oscillando tra le sponde opposte di questi due sentimenti contrastanti, il lettore viene condotto alla scoperta di Shangri-La e dei suoi misteri.

La visione di Hilton, o forse dovremmo dire di Hilton e di Capra dal momento che la pellicola segue piuttosto fedelmente il romanzo sia nell’intreccio che nello spirito, è un tentativo di contrapposizione alla realtà storica del tempo, diametralmente opposta. Gli anni ’30 del Novecento sono un periodo tristemente noto per i diversi totalitarismi che nel mondo cercavano di plasmare l’Uomo Nuovo, di costruire, attraverso genocidi e conflitti sempre più estesi, la società perfetta a discapito della libertà e dei diritti umani.

A Shangri-La, invece, la principale credenza è la moderazione. «Noi inculchiamo la virtù di evitare eccessi di qualunque specie; persino, perdonatemi il paradosso, eccessi di virtù»: sono queste le parole di Chang, uno dei saggi della comunità, che meglio esprimono la filosofia del luogo. «Noi siamo persuasi che per governare bene bisogna evitare di governare troppo». A Shangri-La gli abitanti sono moderatamente attivi, non vi sono uomini dissoluti o asceti, le donne sono moderatamente caste. La moderazione, dunque, è la regola.

Ed è in questa società utopistica, dove l’innocenza e la pace sono riconquistate, che va ricercato il significato dell’opera, racchiuso in un monito rivolto ieri contro ogni rigurgito nazionalistico, oggi, attualizzando gli scenari storici, contro l’ossessionante presente dei giorni nostri, di una società votata al qui e ora, al tutto e subito, profondamente lontana dal mantra della moderazione.

Orizzonte perduto (1937) di Frank Capra

È, pertanto, un messaggio consolatorio quello di Hilton che fa del dominio delle passioni il principio di ogni forma di saggezza e che dice ai lettori di ogni epoca che esiste da qualche parte una dimensione che non tormenta e non annoia, difficile da raggiungere solo se non si è disposti ad abbandonare le proprie certezze, fatte di comodità e di visioni egoistiche.

Sono state due le trasposizioni cinematografiche del romanzo, lungometraggi realizzati in periodi diversi tra loro, a conferma dell’attualità, pur in contesti storici differenti, del messaggio di Orizzonte perduto. Nel 1937 la prima e più celebre, quella diretta da Frank Capra ed interpretata da Ronald Colman (Oscar nel 1948 come migliore attore per Doppia vita di George Cukor) e Jane Wyatt. Nel 1973, infine, Peter Finch e Liv Ullmann sono gli interpreti principali del musical che vede dietro la macchina da presa Charles Jarrott.

Il film di Capra fu premiato con l’assegnazione di due Oscar su ben sette nomination (miglior scenografia a Stephen Goosson e miglior montaggio a Gene Havlick e Gene Milford). Dal capolavoro di Hilton fu tratto anche Shangri-La, musical che andò in scena, con scarso successo, a Broadway nel 1956.

Orizzonte perduto (1937) di Frank Capra