Quando Parlavamo con i Morti: la Denuncia Sociale si Tinge di Nero

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Nella sua ultima antologia, intitolata Quando parlavamo con i morti (edita in Italia da Caravan Edizioni e in vendita dal 28 maggio), Mariana Enriquez si serve di tre racconti metaforici a tinte dark (la traduzione è di Simona Cossentino e Serena Magi) per puntare il dito contro altrettanti problemi che affliggono da sempre il suo paese, l’Argentina: quello dei desaparecidos, decine di migliaia di dissidenti politici torturati e uccisi durante il regime militare nei tardi anni Settanta; quello ancora attuale della violenza sulle donne, attuata in larga misura dai mariti o da spasimanti respinti; e l’ultimo ma non meno importante legato alla tratta dei bambini destinati al mercato della prostituzione o semplicemente rapiti. Nel primo racconto, cinque ragazzine utilizzano una tavola ouija per mettersi in contatto con i propri desaparecidos: parenti, amici, vicini di casa. Solo una di loro non possiede esperienza diretta del genocidio, ed è proprio nei confronti di questa bambina, soprannominata Pinocchia per il suo basso rendimento scolastico, che verrà messa in atto una punizione crudele dalla forte valenza simbolica.

Mariana Enriquez

Silvina è la giovane protagonista della seconda storia, la finestra attraverso la quale assistiamo a un particolare fenomeno che, come una reazione a catena, verrà innescato dalla “ragazza della metro”, una donna dal volto ustionato vittima della gelosia del marito. Il racconto è una denuncia ai numerosi casi di violenza domestica di cui sempre più di frequente è il gentil sesso a fare le spese. In nome di una sorellanza per la quale sono tenute a dimostrare solidarietà e spirito di appartenenza, le donne danno il via una ad una a un processo di rinascita che le vedrà per la prima volta carnefici di se stesse, eppure allo stesso tempo padrone del proprio corpo e della propria fisicità. Stanche di venir considerate meri oggetti dagli uomini, si riappropriano di una vita segnata da paure secolari (significativo a tal proposito è l’accenno ai roghi dell’Inquisizione, l’istituzione ecclesiastica che condannò numerose donne ad essere arse vive perché considerate streghe) e utilizzano la propria pelle come fosse una bandiera per manifestare rancore e disprezzo nei confronti degli uomini, da cui si sentono oppresse e sfruttate.

«Se continuano così, gli uomini faranno meglio ad abituarsi. La maggior parte delle donne sarà come me, se sopravvive. Mica male, no? Una nuova idea di bellezza».

Le donne ardenti, spogliatesi della propria individualità, della bellezza che le caratterizza e le differenzia l’una dall’altra, diverranno un unico organismo vivente grazie alla catarsi compiuta dalle fiamme sui loro corpi, e avvolgeranno Silvina in un vortice di follia e distruzione che avrà il suo culmine in un finale grottesco, morboso.

Copertina di Quando parlavamo con i morti (Caravan Edizioni, 2014)

Nel terzo e ultimo racconto facciamo la conoscenza di Mechi, giovane impiegata addetta alla gestione dell’archivio dei bambini scomparsi, e del suo amico Pedro, giornalista che si interesserà delle misteriose sparizioni e indagherà personalmente, fino a scoprire un’amara realtà. I due ragazzi nutriranno un forte interesse, al limite dell’ossessivo da parte di Mechi, nei confronti di Vanadis, una quattordicenne scomparsa da casa e costretta a prostituirsi in strada per mantenersi. La ragazzina si farà viva dopo una lunga assenza, e al suo ritorno seguirà quello di tutti i minori presenti nel registro dei bambini scomparsi di Mechi, con una particolarità: il loro aspetto è identico a quello che avevano il giorno della sparizione, anche a distanza di anni. I bambini si rifugeranno all’interno della stessa abitazione, facendone il loro covo, e programmeranno di venirne fuori in massa con l’arrivo dell’estate, per attuare un piano di cui nessun altro verrà messo al corrente. I tre racconti sono accomunati da un medesimo filo conduttore, la vendetta: vendetta contro chi prende le distanze dal massacro ancora impunito dei desaparecidos; contro gli uomini, colpevoli di usare violenza nei confronti delle loro donne; contro gli adulti, spettatori inermi rei di non aver protetto adeguatamente la parte più debole e fragile della comunità, rappresentata dal mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Il linguaggio semplice e lineare adottato da Mariana Enriquez rende la lettura scorrevole. I personaggi principali, tutti femminili, sono ben delineati, efficaci. Il risultato è un’opera che, seppur breve, ti lascia addosso un senso di inquietudine difficile da dissipare; un’amarezza derivata dalla consapevolezza che nessuna delle piaghe raccontate dall’autrice è frutto di fantasia, e che gli orrori che fanno parte della nostra quotidianità, a volte, spaventano più di qualsiasi elemento soprannaturale.

In copertina: Immagine tratta dal film La casa sulla scogliera (1944) di Lewis Allen