Subsonica: Veniamo dall’Eden e ve lo Portiamo

Simona Martini 25 maggio 2011 primo piano Nessun commento

Stai camminando tranquillamente per le vie di Milano, quando passi accanto a un muro tappezzato di manifesti che pubblicizzano i concerti, le mostre e gli spettacoli teatrali imminenti in città. Vieni colpito da uno in particolare, in cui su fondo bianco cinque ragazzoni dai volti non troppo seri ti guardano fisso sfoggiando dei meravigliosi maglioni di lana che raffigurano renne, agrifogli e colorati motivi natalizi. Anche se non avessi idea di chi siano costoro, non potresti fare a meno di rilevare che già ti stanno un po’ simpatici. Ma tu in realtà quei cinque li conosci, li segui da quando hanno esordito nel 1997 e sai che sono i Subsonica. Sai quindi che sono apparsi in una copertina di un loro disco vestiti da astronauti, sai che hanno girato un video indossando dei camici, nel quale la musica era ascoltabile anche da non udenti, quindi è assolutamente normale che il passo successivo sia rendere cool i maglioni con decori natalizi. Perché i Subsonica effettivamente sono cool e sono anche gli stessi che negli ultimi anni hanno vestito meglio e con capi nuovi la musica italiana, affrancandola dal cliché della melodia e della “canzonetta”, riuscendo a far confluire il songwriting da cantautorato di pregio e impegnato, nella ricerca di una sperimentazione musicale dal dub all’elettronica, dal funk al rock. La prima data milanese del tour di supporto al nuovo album Eden, fissata per il 12 aprile, è stata un veloce sold out per cui, a grande richiesta, il gruppo torinese ha bissato il giorno seguente, sempre al Forum di Assago, ancora una volta pieno come un uovo di Pasqua. E le sorprese non sono mancate. Il sesto album subsonico, Eden, è 100% Subsonica. Chi è già stato ad almeno un concerto dei cinque piemontesi sa che la performance non deluderà le aspettative: indipendentemente dai pezzi suonati, la carica che trasmette il gruppo nei suoi live è indiscutibile, Samuel non manca mai di trascinare da par suo il pubblico, che annovera tanto le ragazzine esaltate dalla musica e dall’appeal soprattutto del frontman e del tastierista-showman Boosta, quanto gli ultratrentenni.

E in mezzo a questo variegato pubblico che accoglie la band a mani alzate, lo show si apre con il ritmo scandito potentemente dalla batteria dell’ottimo Ninja, che introduce Prodotto Interno Lurido su un palco illuminato con i colori del tricolore italico. Onore ai 150 anni dell’unità, o forse al verso “Libera l’Italia subito / dal prodotto interno lurido”, oppure soltanto ottimo tempismo che unisce entrambe le cose. Poi le luci si fanno blu e intermittenti, a tempo col sound cupo di Albascura, prima graditissima sorpresa. La resa live del brano è cupa e tenebrosa com’è giusto che sia (sennò che alba scura è?) e Boosta si lancia nella prima delle tante volte in cui darà sfogo al marchio di fabbrica delle sue performance, scuotendo la tastiera e lasciandola ondeggiare sulla mega molla che la sorregge. È poi la volta de L’ultima risposta: piacevolissimo ritrovarla anche in questo live, uno dei (tanti) brani più belli de L’Eclissi. Se il buongiorno di un concerto si vede dal trittico di apertura, sembra proprio che la serata darà grandi soddisfazioni. Si prosegue con Nuvole rapide e, appena inizia, la prima cosa che osservi è quanto la canzone renda bene unita al pezzo precedente… Qui non è solo il trittico di apertura a spaccare, i ragazzi stanno davvero inanellando una setlist di fuoco. Dopo le primissime note, il pezzo prosegue con un inizio funk, pronto ad esplodere subito dopo la prima strofa, con un Ninja che fin dall’inizio dello show ha dato l’ennesima prova di essere in gran spolvero. Max e Sam accompagnano la loro esibizione saltando “all’unisono” – e questo ci piace tanto: l’elemento fisico infatti caratterizza da sempre i loro concerti, e se è inevitabile da parte del pubblico jompare (come suggerisce Samuel) sulle canzoni della band, è ancora più coinvolgente vedere altrettanta reazione anche da parte del gruppo stesso. L’età aumenta anche per loro, e forse, è anche per questo che soddisfa sempre vedere ancora una “volontà atletica” nel vivere al massimo i loro live. Al termine del brano prende la parola Samuel spiegando che il nuovo disco, Eden, «parla del paradiso che ci siamo costruiti intorno, in cui ci siete anche voi che avete sopportato i nostri silenzi e il nostro rumore». E adesso che l’argomento paradisiaco dell’Eden è stato introdotto, arriva subito Serpente, uno dei brani che maggiormente contribuiscono a sottolineare quanto il concetto di eden-paradiso-peccato-colpa sia filo conduttore di un album che se non è un concept, ci va comunque vicino. Lo stesso Max ha giustamente osservato che l’intenzione del gruppo era quella di dare una coerenza e coesione interna al disco, e non limitarsi ad affastellare canzoni sparse. Durante l’esecuzione di questo brano è protagonista anche la scenografia, che quest’anno è semplice ma efficace. Un serpente minimal-stilizzato che sembra un’installazione di arte contemporanea, viene sapientemente illuminato, e potrebbe non essere casuale la scelta cromatica: il serpente è bianco, ma la canzone non parla certo di purezza. Bella questa versione live del pezzo, che sembra meno “pulita” di quanto appaia sul disco. Adesso ha infatti un sound più cupo, che fra l’altro crea un interessante contrasto rispetto alle luci sfavillanti che accompagnano il brano e sembrano stare lì ad illuminare peccati e tentazioni, che appaiono evidenziati dall’interpretazione particolarmente sensuale di Samuel.

Ed ecco il grande classico Il cielo su Torino, riarrangiato con un Samuel che dà nuova linfa (come se ce ne fosse bisogno) al cantato della strofa. È particolarmente suggestivo, poi, vedere le stesse mani menzionate dal testo – in questo caso saranno ventimila mani, non c’è un astenuto neanche a pagarlo – tutte alzate e obbedienti, cosa che di solito si vede fare con tanta solerzia nei live di gente del calibro dei Depeche Mode sotto gli ordini dell’indemoniato Dave Gahan. Qui invece, indipendentemente dalle esortazioni di Samuel, il pubblico è attivissimo a partecipare e a farsi notare: la sensazione è quella di essere avvolti da un involucro sottile ma denso, tutti all’interno di un uovo in cui si provano emozioni comuni e uniche. Ma stasera non c’è tempo per riflettere troppo e per fare osservazioni lunghe: il concerto è tiratissimo, veloce, e mentre ti adagi sulle tue considerazioni di spettacolo catartico, arriva Veleno. Se c’era una canzone dal bellissimo album L’eclissi che speravi ardentemente venisse mantenuta nei live, era proprio questa. Perché è già splendida sul disco e perché nei concerti del tour precedente era un’esplosione catartica di rabbia ruvida e di aspra consapevolezza. Di veleno, insomma. E adesso rieccola, accompagnata da luci verdi intense, momento ipnotico di palingenesi collettiva. Grazie Subsonica. E non siamo neanche a metà dello spettacolo. E mentre tu in cuor tuo ringrazi loro, Samuel sembra leggerti appunto nel cuor tuo, perché al termine della canzone ringrazia il pubblico «per questi quindici anni lunghi, belli e difficili, perché non è facile in questo paese fare la musica che ci piace». Se questa non è verità, cos’è? E meno male che i Subsonica la musica che piace a loro e a noi continuano a farla. Si continua con Aurora sogna: già dalle prime note il pubblico sa che adesso c’è da muoversi… e dagli spalti vedi che il pavimento del palazzetto brulica di teste zompettanti, e sembra quasi di stare a un rave, fra i fumi illegali che senti diffondersi, provenienti dai vicini qua e là (in barba al divieto nei luoghi chiusi) e il pogo che si scatena perché la sezione ritmica qui è fatta per pogare. Tanto per restare in tema, torna addirittura la mitica Depre e fin dalla prima nota continui a ribadire la sensazione di inizio serata: grandi conferme e grandi sorprese in scaletta, tutto graditissimo. «Si può… saltare!» urla Samuel, come sempre nelle performance di questa canzone, e tutti manco a dirlo obbediscono.

Arriva poi il turno di un altro brano del nuovo album, Sul sole, in una versione molto più veloce e quasi punk. Una canzone che non ti saresti aspettato venisse suonata nel tour, forse perché la versione sul disco sembra poco adatta a un live subsonico, invece qui viene riproposta in modo molto tirato, che te ne fa scoprire le inaspettate potenzialità punk. E intanto, mentre inizi a vagheggiare un’altra bottiglietta d’acqua per riequilibrare la perdita di liquidi causata dall’attività salterina (è sempre così con i Subsonica, e ogni volta te lo dimentichi), arriva la fine primo tempo. Al ritorno sul palco, i cinque torinesi sfoggiano il cambio d’abito: dal completo camicia bianca – cravatta nera di prima, adesso come negativi fotografici arrivano in camicia nera e cravatta bianca. Bello prima, bello adesso. «Contro le discriminazioni sessuali!» grida Samuel, e parte quello che non ti saresti aspettato: Eva Eva, brano che mancava da anni dai live della band. Chissà se l’hanno considerato un ritorno d’uopo, a proposito di Eden… torna infatti protagonista anche la scenografia, col serpente di nuovo illuminato a cui si aggiunge l’immagine di un albero stilizzato. Sembra però che la finezza non venga colta da tutto il pubblico, dato che la risposta a questo graditissimo ritorno in scaletta appare più tiepida di quanto invece meriterebbe. Al termine prende allora la parola Boosta, che ironizza: «Sappiamo di non essere riusciti a bissare Microchip Emozionale» e invita il pubblico, in occasione del prossimo brano, a «scatenare il demonio che è in voi col ballo matto», il cui coreografo sarà Samuel. Il brano in questione è Eden, la cui versione live è arricchita da un’ottima sezione ritmica grazie a Ninja e Vicio che sfoderano un’intesa perfetta. Al “segnale” che dà inizio al “ballo matto”, il parterre del Forum si abbandona a danze sfrenate e movimenti convulsi, mentre Boosta si libera in una improbabile breakdance da materassino. S’impossessano poi della scena Samuel e Max, che con la chitarra acustica accompagna il frontman in un’esibizione di You Don’t Love Me (No No No), cover di Dawn Penn – il che fa pensare a un incipiente set acustico. Invece, la ripetizione da parte di Samuel del verso “No no no, you don’t love and I know now… No no no…” sfuma in una ben nota serie di “NON”: parte infatti Non identificato, che va ad aggiungersi alle belle sorprese della serata, una vera chicca visto che era proprio dal tour di Microchip Emozionale, anno 2000, che il brano non veniva eseguito. È la volta poi di un classico dei concerti subsonici, Liberi tutti, altro momento in cui si dà libero sfogo alle proprie pulsioni salterine. E per contrappasso, durante questa canzone ti accorgi di non essere libero affatto, perché lo spazio che hai a disposizione è decisamente troppo poco per poterti muovere a dovere.

E Samuel, ancora una volta sfidandoti a leggerti nel pensiero, ti sbeffeggia introducendo il pezzo successivo gridando: «Contro la ginnastica dell’obbedienza!». Parte così Il diluvio, che genera un altro ballo di San Vito diffuso fra la folla. Samuel si improvvisa domatore della suddetta folla, invitando tutto il palazzetto ad accucciarsi: «Tutti giù!» – e il bello è che tutti, nessuno escluso, si accosciano, s’inginocchiano alla bell’e meglio, dal parterre agli spalti. Al «Tutti su!», gli accucciati saltano su come fiori appena sbocciati mentre il ritornello della canzone prosegue e incede, in un delirio collettivo in cui non puoi fare altro che constatare che i Subsonica, che tu sia un ventenne o un ultraquarantenne, trasformano tutto il loro pubblico in un’orda di quindicenni. Lo spettacolo prosegue con i brani da salto in alto, infatti è il turno di L’errore. E qui, come solitamente avviene, è lo stesso Samuel ad accompagnare la performance con i salti atletici che da sempre condiscono le sue esibizioni. A tratti Max sembra quasi voler fare concorrenza ai vari zompi del cantante, in un duetto che fa piacere vedere perché quando ad un concerto ti accorgi che il gruppo si diverte e crede in quello che fa, il senso di unione collettiva lo percepisci come qualcosa di sincero e non posticcio. E non è poco, soprattutto in tempi di sedicenti talenti che spuntano come funghi artificiali e che impiegano fin troppo tempo a tornare nell’oblio. Arriva velocissima anche Piombo, con un Samuel che incita il pubblico come se ce ne fosse bisogno, sfociando poi direttamente in quel classico subsonico che è Colpo di pistola. Sarà per l’argomento trattato nel brano, sarà perché anche in questo testo è nominato un serpente, o sarà perché, nella magia subsonica, nel 2011 arriva un album nel cui concept di base rientrano tranquillamente canzoni di un decennio prima, l’attenzione torna sul serpente bianco candido ma tutt’altro che puro che compone la scenografia. Il canto di questo che è ormai un inno per i fan viene affidato da Samuel perlopiù al pubblico, che non si fa trovare impreparato. Al termine dell’esibizione, al solito molto partecipata, Samuel dice: «Ho appena perso un dente, ragazzi… Visto, a fare i giovani sul palco? Non c’è qualcuno fra voi che è dentista? No? Non siete riusciti a fare i dentisti?», e qui la risata è d’obbligo, perché chiunque abbia ascoltato anche solo una volta il brano che sta per arrivare sa bene dove quest’ultima frase voglia andare a parare. Parte infatti la trascinantissima Benzina Ogoshi, nel cui testo la band ironizza sulle critiche che i fan “puristi” hanno rivolto alle varie evoluzioni artistiche del gruppo (accusato soprattutto di non essere riuscito “a bissare Microchip Emozionale”). Arriva poi Istrice, il singolo uscito da poco e che risveglia un coro ben sostenuto da parte di tutto il pubblico e ne riaccende in massa i cellulari e le fotocamere.

«Grazie per farci sentire sempre a casa» è il suggello finale di Samuel. Il gruppo saluta e al rientro per l’encore finale c’è spazio per la divertente La funzione in un concerto che, pur nella velocità dei brani, sembra infinito. E, appena parte Discolabirinto, ti rendi conto che sì, ancora non avevano suonato questo superclassico e neanche te n’eri accorto, perché lo spettacolo è davvero ricco, denso, così pieno di suggestioni che non fai in tempo ad assimilare tutto, che è quasi impossibile accorgerti di quello che ancora non hanno suonato. E ciononostante, più te ne arriva, più ne vuoi… Tant’è vero che lo stesso Samuel, alla fine del brano che trasforma il Forum in una discoteca pluridanzante, si sente in dovere di dire sorridendo: «Siamo arrivati alla fine, non rompete: siamo stanchissimi!» e la band attacca Tutti i miei sbagli, che non ha bisogno di presentazioni. Nota a margine: sul finale del brano, Ninja pare omaggiare l’intro di Blue Monday dei New Order. Sarà un caso, sarà una suggestione, sarà un’allucinazione, ma è stato bello anche questo. Vengono accese le luci del Forum, cosa che di solito succede quando i concerti finiscono e la band ha già lasciato il palco. Invece i Subsonica sono ancora tutti lì, a prendersi gli applausi, e attaccano l’ipnotica Nicotina Groove, proposta in una versione muy sensual grazie soprattutto alla chitarra suadente di Max. La performance eseguita con i fari del palazzetto accesi, ad illuminare con la stessa luce tanto la band quanto il pubblico, rende la situazione insolita ma molto piacevole: è calata la quarta parete, siamo tutti uguali dall’una e dall’altra parte del palco, tutti avvolti nello stesso uovo di cui vagheggiavamo più sopra. E in quest’aura magica, quando ogni brano potrebbe essere l’ultimo e non è mai l’ultimo, inizia Strade, uno dei pezzi più amati dal pubblico e che conclude – stavolta davvero – una serata che conferma, per chi ancora non ne fosse convinto, che i Subsonica non hanno mai smesso di essere una delle più belle realtà musicali in Italia. E meno male che non sono riusciti a bissare Microchip Emozionale: hanno dimostrato che il loro Amorematico Terrestre non è in Eclissi. È un Eden.



L'autore