Abbey Road: la (Preter)Intenzionalità di un Mito

Elisa Boldrini 16 giugno 2011 primo piano Nessun commento

8 agosto 1969, tarda mattinata. Una tranquilla strada alberata nel quartiere di St. John’s Wood. In alto un cielo terso e luminoso, come non è facile trovarne a Londra («Here Comes the Sun» aveva cantato, soltanto un mese prima, George Harrison, in un ingenuo anelito di ottimismo ispiratogli dal giardino dell’amico Eric Clapton). In basso quattro ragazzi che attraversano la strada, sulle strisce pedonali di fronte agli studi della EMI di Abbey Road. Una Hasselblad, quella del fotografo Ian MacMillan, di fronte a loro. Alle spalle qualche passante, a guardare la scena; più lontano il pigro flusso delle auto, che continua come se nulla stesse accadendo. E invece qualcosa, quel giorno, si stava compiendo. La storia della band che, forse, più di ogni altra ha dato al mondo della musica, si stava avviando a grandi falcate alla sua conclusione, assieme ad un decennio ingenuo ed idealistico, ricco di mutamenti, cambiamenti sociali e culturali, spontanea fiducia nel futuro. Mancava poco a quel 20 agosto 1969 in cui i quattro ragazzi di Liverpool si sarebbero ritrovati per l’ultima volta tutti insieme, per decidere la successione dei brani di Abbey Road, album di addio della loro fruttuosa carriera (Let It Be, uscito successivamente, quando ormai il gruppo si era di fatto sciolto, contiene brani registrati in precedenza). Una manciata di giorni restavano quindi alla vita della band: sebbene l’annuncio ufficiale, per motivi commerciali, venne dato il 10 aprile 1970, i Beatles cessarono di esistere subito dopo la registrazione di Abbey Road. Il risultato raggiunto in questi ultimi mesi di lavoro corale fu esplosivo fin dalla copertina, costituita unicamente dalla foto dei quattro ragazzi, ritratti in una posa non certo inconsueta, quasi banale nella sua semplicità, eppure dotata di un’eccezionale potenza evocativa (i “baronetti” stavano realmente attraversando una strada). Nessun testo o segno grafico ad intaccare l’essenzialità del progetto, compresa l’indicazione del titolo, delegata al retro. Ed uno dei fattori che maggiormente colpisce in merito a questa copertina, la cui onda d’urto può essere paragonata solo al fulminante «shoot (me)» bisbigliato dalla vibrante voce di John Lennon in apertura del disco, è il fatto che essa è frutto, se non proprio della casualità tout court, perlomeno di una scelta operata senza che alle spalle vi fosse un progetto ben delineato (il rilievo assunto nella musica dei Beatles degli ultimi anni Sessanta dalla accidentalità creativa è ormai un dato assodato).

Presagendo che quello sarebbe stato il loro ultimo album, i Fab Four avevano immaginato un progetto editoriale grandioso: il disco si sarebbe dovuto intitolare Everest, dalla marca di sigarette fumata dal tecnico del suono Geoff Emerick, e sulla copertina avrebbero dovuto campeggiare i quattro Beatles, all’apice della loro ascesa, ritratti ai piedi dell’Himalaya. Tuttavia, dopo essersi resi conto dello sforzo che una simile operazione avrebbe comportato, fecero ricadere la scelta sulla soluzione più facile: non la vetta del mondo, bensì la strada di fronte agli studi di registrazione. L’intera operazione fotografica, inoltre, fu risolta in brevissimo tempo, senza che neppure fosse fermato il traffico lungo la strada, come testimoniano le varie automobili ritratte sullo sfondo. Anche la presenza del maggiolino (Beetle in inglese), parcheggiato sul marciapiede, che potrebbe apparire un’ingegnosa trovata, è in realtà frutto di una circostanza del tutto fortuita. Da questo “ripiego”, quasi dal caso («C’è un sacco di imprevisto nelle nostre canzoni» ha dichiarato Paul McCartney), è nata una delle più celebri, e direi riuscite, copertine della storia della musica, capace di rendere celebre un luogo che altrimenti sarebbe rimasto nel più completo anonimato: la targa con il nome della strada è la più rubata della Gran Bretagna e le strisce pedonali di Abbey Road sono divenute in breve tempo una vera e propria meta di pellegrinaggio per i fan. Non è però frutto del caso la potente bellezza dell’album, la toccante, e a tratti realmente commovente («Because the sky is blue, it makes me cry»), sensazione che qualcosa si era compiuto trasmessa da esso, brano dopo brano. Quando il 22 febbraio 1969 i quattro di Liverpool, esaltati e logorati da un successo troppo grande per non demolire il loro equilibrio psichico (messo a dura prova anche dall’abuso di droghe varie), entrarono nei Trident Studios per incidere I Want You (She’s So Heavy), primo brano di Abbey Road a passare attraverso i nastri magnetici, ognuno di loro sentiva, pur senza possederne la certezza assoluta, che una fase della propria vita stava giungendo al termine. Lo ammettono chiaramente i membri della band nelle interviste realizzate per il documentario The Beatles Anthology; lo affermava McCartney all’interno dell’album stesso, nella coppia Golden Slumbers / Carry That Weight, dove preannuncia a sé stesso e ai compagni che il peso di essere stato un membro dei Beatles li accompagnerà durante tutta la loro vita («Boy, you’re gonna carry that weight, Carry that weight a long time»).

I frequenti litigi, scoppiati anche per motivi economici (si veda You Never Give Me Your Money, generata da un disaccordo in merito alla scelta del nuovo manager), le incomprensioni, lo stress accumulato in anni di lavoro serrato, le gelosie, l’egocentrismo e l’egoismo (tristemente emblematico è il fatto che l’ultima canzone registrata dalla band sia I Me Mine di George Harrison). Tutto ciò più volte li portò sull’abisso del crollo psicologico. George Harrison e Ringo Starr arrivarono ad abbandonare il gruppo, per ritornare a farne parte dopo un breve periodo di pausa, anche grazie all’operato di Paul McCartney, che cercava di fare di tutto per tenere unita la band; John Lennon, poi, era preso da un amore il cui grado di ossessività emerge chiaramente nell’angosciosa ripetitività che caratterizza I Want You. Durissimi furono i mesi che occorsero per realizzare il White Album, e peggiore fu l’esperienza ai Twickenham Studios, durante la quale i quattro tentarono di registrare un intero album “dal vivo”, filmati da una troupe cinematografica durante tutto il protrarsi dei lavori; esperienza del tutto fallimentare, dalle cui ceneri avrà origine il famoso concerto sul tetto degli studi Apple in Savile Row del 30 gennaio 1969. I nervi di tutti, in sostanza, nell’inverno del 1969 erano ormai a pezzi. Ognuno di loro si era già avviato verso una carriera solista nel campo della musica o, per quanto riguarda Ringo, del cinema. Ognuno di loro sentiva che presto sarebbe finita. E Abbey Road fu una sorta di regalo che i quattro ragazzi decisero di fare a loro stessi, una celebrazione della loro lunga ed intensa collaborazione, dei successi raggiunti. Ogni membro della band ha dato il proprio contributo, compreso George Harrison, che ha donato all’album la morbida intensità di Something, sicuramente il suo prodotto migliore in qualità di autore (in quest’ottica non risulta del tutto fuori luogo neppure la «Yellow Submarine dei poveri», come l’ha definita Ian MacDonald in The Beatles. L’opera completa, di Ringo Starr, ovvero Octopus’s Garden).

Nella consapevolezza che quello sarebbe stato l’ultimo lavoro firmato dal gruppo, ed in parte anche grazie al ritorno di George Martin al timone, recuperarono parte della serenità persa da tempo, pur non riuscendo a ritrovare la sintonia che li aveva uniti all’inizio della carriera e che tanta importanza aveva avuto nelle loro creazioni migliori. Alla maggior parte delle sedute di incisione, difatti, era di solito presente il solo autore del brano. Inoltre, la sensazione di unitarietà che l’album possiede è dovuta soprattutto al Long Medley, successione di frammenti di brani senza soluzione di continuità ideata da McCartney e ferocemente avversata da Lennon, il quale, fino all’ultimo, aveva lottato affinché il lato dell’album in cui il suo contributo era maggiore, l’attuale “a”, venisse inciso sulla seconda facciata; in questo modo l’intero disco si sarebbe chiuso non con l’inno all’amore, per così dire, universale di The End, ma con un brano che, nonostante il merito di essere l’unico di Abbey Road realizzato coralmente dai quattro musicisti, non è altro che una dichiarazione d’amore del tutto personale. Ad ogni modo, nonostante il permanere di contrasti e dissapori anche durante gli ultimi mesi di collaborazione, tra i quattro compagni partiti dal Cavern di Liverpool si era mantenuta una sincera stima, un autentico affetto, ed Abbey Road fu il loro modo di dirsi addio: «And in the end the love we take is equal to the love we make» (gli ultimi celeberrimi versi dell’album, se si esclude la ghost track Her Majesty, inclusa quasi per caso, dal momento che il tecnico del suono John Kurlander, contravvenendo ad un’esplicita richiesta di McCartney, aveva deciso di non disfarsi del frammento, posizionandolo in coda al disco, dopo venti secondi di silenzio). E in quest’ottica di autocelebrazione, di ultimo dono da fare non tanto ai fan e al mondo esterno, quanto a loro stessi, la scelta di utilizzare per la copertina dell’album un luogo abituale, quotidiano, in una parola “normale”, come la strada di fronte agli studi di registrazione di Abbey Road, risulta perfettamente funzionale.



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