Ho ancora negli occhi il sapore della poesia narrativa firmata Sofia Bolognini – giovane artista anconitana, ma romana di adozione, drammaturga e attrice – quando vengo dolorosamente e forzatamente riempita delle immagini infernali provenienti dalla Siria. La crudele disumanizzazione del mondo mi colpisce come una sferzata d’aria gelida, non riesco quasi a credere alla violenta agonia con cui delle vite innocenti si sono spente nell’indifferenza e impotenza generali. Ripenso alle teorizzazioni sulla morte di Dio ad Auschwitz, ma constato amaramente la reiterazione del crimine in nuovi e continui massacri.

Uno spettacolo di fronte al quale l’unico strumento di salvezza diventa l’arte, quella sublime astrattezza che eleva l’uomo distaccandolo dalla propria bestialità. E vado a ricollocare le sequenze agghiaccianti della strage tra le pagine di Nasce, cresce deserti (L’Erudita, 2017), laddove un girasole ancora rappresenta la speranza e una coraggiosa Antigone mantiene la testa alta nel suo canto di rivolta.

Copertina del volume Nasce, cresce deserti (L’Erudita, 2017)

Il volume di Sofia Bolognini, recentemente pubblicato, unisce due racconti definiti dall’autrice stessa “fratelli di sangue”. La Ragazza col Girasole nacque – come si legge nell’introduzione – in un giorno di pioggia del 2014, mentre Il Mostro che Raccontava Storie, dopo la sua stesura nel 2012, venne dimenticato in un cassetto, «e oggi porta ancora i segni di una comprensibile sindrome d’abbandono».

Due testi molto lontani sia per stile narrativo che per ambientazione e suggestioni, eppure inscindibili, destinati a procedere insieme: «Fratello minore e Fratello maggiore rappresentano due momenti differenti della mia vita, quando finalmente le mura della casa iniziarono a precipitare e io divenni trasparente, infuocata. Il mio inspiegabile presentimento è che le due opere siano profondamente legate, che l’una potrebbe iniziare dove l’altra finisce o al contrario, che l’una potrebbe trovarsi all’interno dell’altra e viceversa».

Nei racconti, due scenari dalle rarefatte atmosfere apocalittiche, plasmati all’interno di una narrazione che scardina ogni logicità spaziotemporale per costruirsi in forma ultra-neoavanguardista, ne La Ragazza col Girasole, e favolistica ne Il Mostro che Raccontava Storie.

Nel primo caso, accostamenti arditi accordati al suono dell’ossimoro e della sinestesia, ridondanza evocativa e drammatica di pose, dialoghi e a parte come se il resto dell’universo rimanesse in freeze. La violenza del reale si palesa in rapidi flash che schizzano il lettore con tinte macabre e sanguinolente, mozzandogli il respiro nell’attesa di seguire la ragazza col girasole verso un luogo più arieggiato e luminoso. Aspettativa vana e disillusa pagina dopo pagina, quando il microcosmo narrativo si arrovella sempre più non concedendo alcuna fuga. Uno scontro tra le forze titaniche di mìasma e nèmesi, da cui non fuoriesce nessun vincitore, poiché la contaminazione è talmente viscerale, nell’uomo, da impedire qualsiasi sfogo della giustizia vendicatrice che risana le ferite della Storia. E mentre l’umanità si disintegra in mille pezzi, una ragazza e una volpe contemplano il nulla alla ricerca del senso del tutto, come una trasposizione al femminile del Piccolo Principe, questa volta anelante a un amore perduto nel mondo mortale.

Sofia Bolognini

Specularmente a tutto ciò si colloca il Mostro della discarica, che, come una postmoderna creazione del dottor Frankenstein, percepisce la realtà esterna con un’ipersensibilità e una tragica malinconia che vanno a confluire nell’ispirazione rapsodica. Il suo estremo bisogno d’amore viaggia di pari passo con la tenera e smaniosa cleptomania con cui si impossessa dei pezzi di mondo che l’uomo sceglie di gettare nell’oblio dell’immondizia. Il raccontarsi storie è una forma di sopravvivenza, un appiglio cui aggrapparsi nell’attesa beckettiana di un qualche evento epifanico. La dolce eutanasia consolatrice rappresenta, alla fine, riappacificazione profonda e scioglimento di conflitti.

I rifiuti continueranno ad accumularsi, le guerre, le repressioni, la corruzione e l’abuso di potere protrarranno la secrezione di vittime. Ma, come la ginestra leopardiana sulle pendici del Vesuvio, il girasole resiste al male e si volge al nuovo giorno che illumina una ragazza e un mostro mano nella mano.

Sofia Bolognini ha fondato, assieme al suo compagno Dario Costa, il collettivo bologninicosta, un progetto di ricerca sociale e artistica nel campo delle arti performative. L’utilizzo di strumenti d’indagine, raccolta dati e interviste, coniugato con una ricca sperimentazione di nuovi linguaggi, dà vita a performance ricercate che pongono al centro l’autenticità dell’arte e la più onesta vocazione civile.

Nasce, cresce deserti vuole essere una narrazione che sonda le zone più marginali della società, abbandonate a se stesse dagli uomini, ma capaci di riprendere vita grazie al soffio ristoratore della poesia.