John Carpenter: il Regista più Corrosivo di Hollywood

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Avvertimento: questa sarà una recensione alla Vincenzo Mollica. Troverete giaculatorie adoranti, periodi sbavanti, inserti agiografici di un oltranzista carpenteriano, alla stregua di un prezzolato biografo. Qui rivendico il diritto alla parzialità, almeno per questo articolo. Il valore ecumenico di questa recensione sarà da ricercarsi allora nella netta divisione che esso di proposito vuole tracciare tra quanti condivideranno i toni appassionati che userò e tra quanti ne prenderanno freddamente le distanze. Vado ad analizzare lo splendido (si comincia!) dittico composto da “1997: fuga da New York” e il sequel “Fuga da Los Angeles”. Il regista dei due film è John Carpenter, a cui Hollywood probabilmente tra qualche anno assegnerà un Oscar ipocrita alla carriera, o peggio vorrà vederlo morto, prima di riconoscergli il titolo di Maestro che già da anni si è conquistato sul set. Già altrove in questo sito si è parlato del suo ultimo lavoro uscito nelle sale, “The Ward“, e fatto un veloce riassunto della sua filmografia, anche se solo di quella orrorifica. Io mi occuperò esclusivamente dei titoli sopracitati, per quanto riguarda la sua vita l’abusata Wikipedia saprà venire incontro alle vostre esigenze. Piccola nota di colore per i venticinque lettori di questo blog, nella convinzione che tra essi si annidano i miei becchini: al mio funerale seppellitemi con il tema iniziale di “1997: fuga da New York”.

Passo all’analisi seria del primo dei due film. Protagonista della pellicola, uscita nel 1981 nelle sale, è un Kurt Russell con un ghigno e un mascellone mai più cosi perfetti per altri ruoli. Interpreta l’ex pluridecorato (figura insistita del genere action statunitense, simbolo del loro testosteronico patriottismo) Jena Plissken, mandato sull’isola di Manhattan a salvare il Presidente e soprattutto recuperare il fondamentale nastro da far ascoltare a una decisiva conferenza internazionale. Oltre a lui nel cast spicca la presenza del granitico Lee Van Cleef che, seppur privo dei numerosissimi primi piani che Sergio Leone sapeva ben regalargli, offre una convincente interpretazione. Banale ma doverosa precisazione sui soliti scempi della traduzione italiana: il soprannome di Plissken nell’originale non è Jena (che tra l’altro non sarebbe nemmeno male) ma Snake. Ecco spiegata la presenza dell’orrendo tatuaggio (mio figlio di 5 anni l’avrebbe fatto meglio) di un serpente nero sul ventre del protagonista. Ora, che in Italia una Iena da sempre evochi un’idea di amoralità più di un Serpente, a differenza dell’immaginario a stelle e strisce, è cosa alquanto condivisibile. E che prima dei Novanta era facile adulterare molti prodotti culturali per renderli spendibili (in base a logiche così arcane che nessuna seria ricerca è mai riuscita a rintracciare del tutto) è fuor di dubbio. Ma che questa irriguardosa usanza prettamente italica prosegui anche nell’era di Internet, senza nessun riguardo per una generazione di spettatori finalmente molto più svezzati, è indegno.

Chiusa la parentesi, torniamo al lungometraggio vero e proprio. La colonna sonora è veramente speculare al film e sottolinea con generosità le scene migliori, senza essere invasiva. Le musiche, come per gran parte delle sue opere, sono composte dallo stesso Carpenter e ciò aiuta il regista americano a farle collidere con la cifra minimalista che adotta per tutta l’opera. I campionatori così squisitamente anni ’80, con quel loro suono sporco, fanno entrare poche e semplici note di diritto nella storia del cinema. Un ulteriore plauso va alla bellissima fotografia, virata sui toni decisi ma pulitissimi del blu e del nero. Da tanta critica essa è stata definita manieristica nei suoi toni dark: è invece l’emblema di quella stupenda artigianalità che perfino l’industria Hollywood negli ultimi anni si è persa per strada, sfornando prodotti di una pochezza tecnica mai usciti prima dai suoi Studios. Ciò consente una piccola riflessione su John Carpenter e sul suo modo di fare cinema. Indubbiamente il Maestro è sempre stato una delle voci più autorevoli della corrente di registi off-Hollywood. Ma la fabbrica dei sogni, si sa, dagli anni ’80 in evidente crisi creativa, ha sempre saputo sopravvivere perché ha saputo inglobare (se non al suo interno almeno nelle sue ristrette vicinanze) artisti refrattari al Sistema.

Così anche i segmenti narrativi del film più spiccatamente anticapitalistici (che Hollywood in genere digeriva a fatica), come la scelta di fare di Manhattan, cuore del capitalismo U.S.A. ancor più nei rampanti ’80, un carcere di massima sicurezza e di Broadway un coacervo dei criminali più violenti, possono coesistere pacificamente con la maestria tecnica che solo le grandi produzioni possono garantire. E Carpenter stesso, con la sua narrazione ermetica, senza fronzoli ma abbagliante nella perfezione della sua messa in scena, dimostra di essere il figlio ribelle, pur sempre figlio, della grande tradizione americana. L’eroe per forza Jena Plissken (creduto da tutti morto, nel divertente tormentone che accompagna quasi ogni suo ingresso in scena) è la summa perfetta degli stereotipi che caratterizzano i personaggi dei film d’azione, di serie A e B. Cinico, laconico, sfrontato, forte ma non invincibile (Superman senza la kryptonite sarebbe di una noia mortale) Plissken sopravvive rudemente a scene d’azioni essenziali, spartane, così distanti dagli ipertrofici canoni di oggi.

In tal senso, visto con gli occhi della generazione dei cine-comics “1997: fuga da New York” è un retrogrado oggetto d’antiquariato, limitato dall’assenza della computer graphics. Tuttavia, sfiorando l’arroganza dell’ovvietà, la bellezza di questa pellicola sta nell’originalità di una storia che sa, con passo d’altri tempi, districarsi a meraviglia tra riuscita caratterizzazione dei personaggi, creatività e narrazione magistrale. Tanto è vero che, per quei pochi videogiocatori che ancora non lo sapessero, è proprio da qui che Hideo Kojima, creatore della serie Metal Gear Solid, ha rubacchiato molte idee. Numerosissimi e imbarazzanti i rimandi: stesso nome del protagonista (Snake), stessa benda nell’occhio, stessa situazione di partenza, identico riferimento a una precedente missione a Stalingrado, stesso virus iniettato nel sangue. E, a parziale conclusione, in “Metal Gear Solid 2: Sons of Liberty” il protagonista darà come nome in codice Plissken! Il finale del film delinea in maniera superba la figura dell’antieroe Jena: disgustato dal politichese del presidente U.S.A., Plissken sostituisce il nastro che così faticosamente aveva recuperato e lo sfalda tra le mani nell’asciutto carrello che chiude l’opera, splendido manifesto di un nichilismo minimalista.

Adesso passiamo a “Fuga da Los Angeles”. Sulla necessità dei sequel, sulla loro bellezza e sulle dinamiche interne che li contrassegnano oceani di parole sono stati e continueranno ad essere versati in tutte le riviste specializzate. Rimando quindi siffatte discussioni su un altro territorio, conscio di quanto sia impervio. Ciò che mi preme più sottolineare è l’individuazione di quelle logiche e quei rimandi alla precedente fuga da New York che la pellicola inevitabilmente comporta. Si parte subito dal tema musicale dei titoli di testa, gonfiato e ingrassato per un pubblico ormai più esigente. Questa enfatizzazione e la contemporanea presenza di Kurt Russell nei panni di sceneggiatore e produttore non lasciavano presagire nulla di buono. Insomma, si correva il pericolo della costruzione di un giocattolone fracassone e tamarroide al servizio della gigionesca star. Fugando subito i dubbi, dirò che Carpenter ancora una volta qui conferma la sua onestà artistica e a parte un paio di scivoloni dà vita a un dignitosissimo seguito. Le musiche, tranne appunto quella iniziale, sono come sempre orecchiabili e ben calibrate. Anzi, qui il regista lascia intravedere anche la sua anima metal, inserendo un paio di pezzi abbastanza tosti. L’inizio è simile al precedente film e funziona sia come strizzatina d’occhio per i fan, sia per i neofiti della serie (leggasi in questo senso l’obbligato riassunto degli eventi del 1997 che fa il comandante): questa volta è la peccaminosa Los Angeles ad essere il carcere dove viene confinata la feccia d’America. Se nel primo lavoro la critica si rivolgeva a un poco delineato capitalismo selvaggio e alla “real politik” americana, qui si fa più serrata: dal moralismo bigotto di tanta classe politica statunitense allo stile di vita borghese della città più ricca d’America.

Carpenter si diverte a demolire l’iconografia dei luoghi più conosciuti della città degli angeli: da Mulholland Drive a Sunset Boulevard fino a Beverly Hills tutto è un letamaio anarcoide in mano a derelitti criminali. Perfino Hollywood, con un odio viscerale non fine a sé stesso, brucia. A questo proposito risulta anche azzeccata la scena nella clinica dei siliconati a Beverly Hills, che seppur breve, richiama la tensione della filmografia del terrore del regista. Prima ho accennato a quelle logiche di scrittura che marcano i sequel: “Fuga da Los Angeles” li rispetta tutti. Naturalmente Jena è sempre lo stesso bastardo flemmatico di sempre ma contemporaneamente ha qualcosa in più. Carpenter gli concede scene d’azione più elaborate e un vestiario di pelle ancora più “cool”. Anche il grossolano tatuaggio del precedente è stato affinato. La simpatia del regista e degli sceneggiatori verso il loro protagonista deborda soltanto nella scena del surf sull’onda dello tsunami. Innegabilmente divertente e originale, questo spezzone, oltre a una pacchianità gratuita da B-movie, ha purtroppo l’onta di relegare Peter Fonda in uno dei ruoli più stupidi della sua carriera. In opposizione al protagonista di “Easy Rider”, il resto del cast è però ben assortito. Steve Buscemi recita con la solita bravura il ruolo del viscido e dello sfigato (d’altronde con quel viso lo chiamano quasi sempre per lo stesso personaggio) e Pam Grier si diverte nell’interpretazione ineffabile del travestito ex-compagno di Jena, tradita soltanto dal ridicolo doppiaggio italiano affibbiatole. Anche la sexy Valeria Golino, seppur con uno sfortunato personaggio, si guadagna una buona menzione.

Carpenter dirige con mano sicura il magmatico materiale che si ritrova tra le mani. Con trovate visive degne della sua fama, come detto, e senza svendersi, dà alla storia il ritmo più concitato e movimentato tipico dei sequel: Jena avrà meno tempo, nemici più coriacei (il terrorista peruviano Jones è un incrocio adrenalinico tra il subcomandante Marcos e Che Guevara), difficoltà maggiori. A questo proposito è da ricordare come riesca a sfuggire alla morte non più affrontando un energumeno su un ring ma dando prova di insospettabile bravura, degna di un professionista, in un campo da basket. Il finale a mio parere è quanto di più apocalittico si sia visto in un film del genere action. Con il sarcastico codice 666, quello del pianeta Terra, Jena decide di “spegnere” addirittura il mondo intero e farlo precipitare indietro di 400 anni, cancellando tutte le conquiste energetiche degli uomini. Un finale utopico, anzi, distopico, che lascia con un sorriso amarissimo sulle labbra. La soluzione della controversia tra Paesi ricchi e poveri non è un più un atto di arrabbiato sabotaggio contro una conferenza importante ma una cieca e disperata “soluzione finale” che tutti trascina senza distinzioni. Qui termina la mia schierata recensione, e soltanto se avrò stimolato qualcuno di voi alla visione di questo culto sotterraneo potrò ritenermi soddisfatto!

  • Leonardo

    Sul primo capitolo non penso ci sia qualcuno da convincere, è semmai sul secondo che la gente è rimasta perplessa ma si sa, l’ignoranza regna sovrana!
    Come affrontare una pellicola disarmante e grottesca quale Escape From L.A.? Carpenter è da sempre restio ad interpretare i propri film, indossando spesso la maschera dell’artigiano di serie B che crea “prodotti” in barba ai contenuti ed ai criteri di bellezza. Questo è parzialmente vero, soprattutto nella seconda metà della sua carriera, direi dal Seme della Follia in poi, suo capolavoro e punto di svolta decisivo (ma sintomi di questa sindrome da “B-movie-con-orgoglio” si vedevano fin da Dark Star). Già con Il Villaggio dei Dannati inizia una parabola autoriale assai bizzarra, un percorso per certi versi autodistruttivo e goliardico, irriverente (nella sua coerenza) persino nei confronti del suo stesso cinema, classici in primis. Un’autodistruzione formale sia chiaro (soprattutto dal punto di vista della frantumazione narrativa e sintattica: uso del flashback, del rallenty, di effetti speciali poco realistici, ma anche estremizzazione degli stereotipi ecc…), accompagnata ad una radicalizzazione dei temi presenti fin dal principio. Succede così che il suo film più amato, Escape From New York, diventi uno dei suoi film più odiati, Escape From L.A., considerato da molti un pallido remake ed un tentativo di rilanciare economicamente il regista. Peccato che Fuga da Los Angeles superi persino il primo in radicalità e originalità (e qui mi attirerò gli insulti di molti, pazienza). Se anche il modello conteneva in nuce una traccia metanarrativa (con Snake che esce di scena srotolando una pellicola…), il secondo è puro metacinema, un film sul fare film e sulla ribellione ai canoni ed agli stereotipi messi al servizio esclusivo del profitto. Snake Plissken non è solo un personaggio della narrazione, abituato ad essa ed inconsapevole del mondo extradiegetico, ma è come un attore costretto a recitare, nato nel mondo della finzione e ad esso ribellatosi: Carpenter ce lo presenta in catene (come il Napoleone Wilson di Distretto 13) in un furgone, spinto con la forza nel rettangolo della diegesi e del mondo del cinema (in Panavision…), guarda caso Los Angeles. Tutti si comportano verso di lui come se fosse una star (chiunque gli ripete “pensavo fossi più alto”; Steve Buscemi sembra un agente che tenta di portare al successo il suo attore, salvo poi fregarsene e pensare solo al suo guadagno), tutti lo conoscono e conoscono le sue avventure (irragionevolmente). Snake d’altro canto cerca di ribellarsi al cinema, al film, non seguendo le indicazioni dei vari registi che incontra: se gli si dice di rallentare con il sottomarino, lui accelera tentando di distruggerlo; se gli si dice di sbrigarsi, lui si ferma pensieroso su una sedia. Come al cinema è costretto a ripetersi all’infinito (ripete lo schema di Fuga da New York, ripete le stesse battute ed è persino costretto a correre su un tapis roulant, proprio come la pellicola è costretta dalle griffe a girare nel proiettore), mentre Carpenter, suo creatore e Dio di quell’universo, si diverte a sottoporlo a prove sempre più estreme, a proporgli personaggi-stereotipi che sblocchino l’azione e lo forzino ad agire (si noti che Snake è passivo, non è lui a mandare avanti il film, tutt’altro). Le situazioni diventano così eccessive e assurde che l’effetto non può non essere straniante, persino godardiano: la sospensione dell’incredulità è sospesa a sua volta, il cinema si svela in quanto tale. La sceneggiatura di Carpenter, Hill e Russell (molto merito va a lui), è piena di riferimenti alla Storia del Cinema e Snake si muove sul set come un archeologo, suo malgrado; il marchingegno per gli ologrammi è la versione moderna della macchina Lumiére, che riprendeva, stampava e proiettava; ciò che resta di Hollywood è uno studio sommerso con uno squalo (digitale) che tenta di inghiottire Snake (ora: il primo film di Carpenter per una major, prima di rinunciare a quel tipo di carriera, fu La Cosa, prodotto dalla Universal e battuto al botteghino da E.T. di Spielberg. Non considero una coincidenza che sott’acqua ci siano gli Universal Studios con Lo Squalo…Carpenter è sempre più feroce!). Sunset Boulevard, Mulholland Drive, la montagna della Paramount (!) sono sarcasticamente fatti a pezzi e, quello che è ancora più straordinario, con i soldi di una major, la Paramount stessa, in quello che è l’unico Carpenter ad alto budget mai realizzato. In altre parole, li ha fregati con i loro stessi soldi, senza che nemmeno se ne accorgessero, dando al film l’apparenza di una stronzata d’azione tamarra e scema. L’apparenza. Fuga da Los Angeles è intelligente, raffinato, autoriale alla massima potenza, senza per questo essere pedante. Diverte senza svendere la dignità dello spettatore. Circondato da amici e bravi attori (Kurt Russell, Steve Buscemi, Peter Fonda, Stacy Keach, Cliff Robertson, Bruce Campbell, Pam Grier) il vecchio John si crea una corte ed una cortina incrollabili che sabotano dall’interno l’industria omologata di Hollywood. In quello che è uno dei finali più esaltanti e liberatori del cinema recente americano, Snake spegne il cinema e torna al mondo, all’uomo (“benvenuti nell’era della razza umana”). Non ci sono discorsi di classe, come qualcuno ha voluto vedere, in Fuga da L.A.: il potere ufficiale e quello di Cuervo sono parodie l’uno dell’altro, e l’America libera si rispecchia nella prigione di L.A.. Il personaggio della Golino prova ad accennare ad una distinzione tra i due luoghi e viene subito eliminato: la sua è un’utopia (nome della figlia del presidente). “Se spengo il terzo mondo, voi vincete e loro perdono. Se spengo l’America, loro vincono e voi perdete: più le cose cambiano più restano le stesse!”. Si ricomincia da capo, dal pre-cinema, da prima della macchina Lumiére, da prima del Kinetoscopio; si riparte dal fiammifero e dalle ombre sui muri, dalla caverna di Platone, si riparte dall’uomo. Snake infrange la barriera, il tabù, guarda in macchina con il suo occhio (uno solo, come l’obiettivo, a svelare la natura di celluloide del personaggio) e si spegne, ammazza la sua ombra (l’ologramma) e sparisce (d’altronde ripete per tutto il film che è già morto). Questa è coerenza, altro che un film mal riuscito.

  • simone

    Due film che io ho visto, e decisamente apprezzato…e dunque vorrei sottoscrivere ogni parola di questa eccellente recensione…per chi non li ha ancora visti: beh, guardateli, perche ne vale veramente la pena, a mio parere.

  • Claudio Amici

    analisi ben fatta, ma non capisco come si faccia a paragonare il terrorista Cuervo Jones a Ernesto Guevara e al subcomandante Marcos, al di là del look farsesco.. gli uni erano guerriglieri che,pur ricorrendo all’uso delle armi, hanno combattuto per il riscatto di popoli oppressi, l’altro una grottesca caricatura del ribelle, cultore della violenza fine a stessa.
    del resto questi due film, soprattutto il secondo, pur essendo critici del sistema capitalistico e dei canoni morali dell’impero, ne sono pur sempre discendenti diretti: di fatti non propongono nulla di nuovo e alternativo ad essi, se non rispondere alla violenza di questi con la stessa cieca e gratuita violenza! pur non essendo i classici action movie in cui si contrappongono il bene contro il male assoluto, meritiamo qualcosa di meglio.. Fuga da New York era un apologia del nichilismo che sbertuccia le istituzioni, ci si sarebbe aspettati un sequel all’altezza,un’immagine speculare che rivelasse l’atra faccia della medaglia, non una ridicolaimitazione del primo film..
    con tutto il rispetto per Carpenter, siamo ben lontani dal grande cinema di Essi vivono e La cosa