Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E figuratevi che valenza potesse avere per me una tale sicurezza dopo la mia morte e la mia rinascita raccontatavi nel precedente Il fu Mattia Pascal (letto nell’edizione Mondadori).

Copertina del romanzo Il fu Mattia Pascal (Mondadori)

Ero stato Mattia Pascal e, come sapete, non ero libero; ero stato Adriano Meis, e lo ero ancora meno; allora ero voluto tornar Mattia Pascal, e m’ero trovato ben presto succube della mascherata sociale, quell’enorme recita “col cielo di carta strappato” che lascia i burattini straniti di fronte all’invadenza dell’inconsistenza del reale. Ogni dipartita mi aveva tolto sempre più sicurezze cosmiche da un lato e dall’altro mi aveva imposto nuove forme di schiavismo relazionale: come nel giuoco dove ci si può muovere solo rispettando regole prestabilite e derivanti dalle precedenti mosse, così io, una volta imboccata una strada, avevo già il cammino segnato.

Avevo ripreso, è vero, a lavorare nella biblioteca di Miragno, o meglio a cacciare i topi nello scantinato di una chiesa. Che posso farci se rubavo lo stipendio al comune? So perfino io che una biblioteca dovrebbe basarsi sul prestito dei libri. Solo che i miei concittadini continuavano orgogliosamente ad attuare la loro politica di fiera ignoranza, non pensandoci nemmeno a leggere qualcosa di tutta quella sapienza antica regalataci, senza richiesta alcuna, dal monsignor Boccamazza. Lo dico chiaro, m’annoiavo anche perché in paese tutti m’avevano lasciato solo: Romilda e Pomino si sopportavano con affetto, aiutati dalla solerzia arcigna della vedova Pescatore; Oliva e mio figlio crescevano belli come il rimpianto; pure il caro Don Eligio s’era un po’ stancato dell’impossibile riordino dei libri.

Sognavo un cambiamento che come tutti i cambiamenti epocali effettivamente mi venne a cadere tra capo e collo una fredda mattina di novembre. Ero uscito dalla chiesa e stavo per tornare a casa da zia Scolastica che mi aspettava sull’uscio di casa. Sulla strada la mia attenzione venne richiamata da un vociante capannello di compaesani, fermi sul letto di fiume che tagliava gran parte della campagna circostante. Mi avvicinai lesto lesto e inchiodai a pochi centimetri dalla faccia di Batta Malagna che mi guardò subito dal basso in alto.

Luigi Pirandello

Il sommovimento deciso della sua enorme pancia mi annunciò una grande esclamazione o quantomeno una tirata delle sue:

– «Carissimo, anche tu qui! E vivo, che sorpresa!».

– «Che storia è questa? Perché ti è strano vedermi respirante come mio solito?».

– «Guarda caro, una coincidenza che non ci si crede. Era stato incredibile la prima volta ma francamente una seconda richiede solo un esorcismo. A proposito, sai se Don Eligio pratica anche questo rituale?».

E prima che potessi rispondergli mi spinse rozzamente verso il greto del fiume, minacciandomi col pancione ad ogni mio arresto. Notai che tutti gli occhi degli sfaccendati occorsi lì erano fissi sulla mia faccia, poi ad un sol invisibile segnale convergettero verso un punto preciso del letto fangoso, per tornare infine a piantarmisi sul viso colmi di una luce incredula. Batta Malagna si appese alla mia spalla stringendomi con la sua manaccia unta il mento e direzionandolo verso un punto preciso. Velato da un nugolo di vespacce ronzanti stava schifosamente supino il cadavere di un uomo in avanzato stato di decomposizione, con la faccia affondata nel putridume.

– «Guarda, Mattia, guardalo bene questo poveretto».

Batta Malagna si avvicinò al corpo inanimato e con terribile calma volse la testa verso di me che mi schermavo blandamente, colmo di un indicibile orrore.

– «Guardalo, Mattia, guardalo», continuava a ripetere quell’usuraio dalle gambe corte ma dalle mani così penosamente lunghe. E ad un tratto mi decisi a farlo e vidi, mio dio, vidi, che quel cadavere ero io. Mi sembrò di stare di fronte a uno specchio ossidato che rimandava un’immagine opaca ma che era pur sempre il riflesso del reale. Quel poveraccio steso lì su quella palude era uguale a me: nonostante la morte avesse cominciato a ledere i tessuti epiteliali i suoi connotati erano praticamene identici ai miei. Perfino l’occhio mi sembrò che fosse come il mio: corretto dal suo originario essere sbilenco dopo un’operazione chirurgica.

Immagine tratta dal film Il fu Mattia Pascal (1937) di Pierre Chenal

Suggestione, chissà, il fatto era che la rassomiglianza era davvero impressionante. Batta Malagna aspettava con impazienza una mia reazione che avvenne subito. Mi tolsi il cappello, la sciarpa, e un anello vistoso che da qualche tempo avevo cominciato a portare come unico vezzo narcisistico. Ne feci un unico fagotto e aspettai ancora un poco, continuando a rimuginare sulla mia decisione.

La gente attorno mi fissava intontita senza capire; solo Batta Malagna aveva compreso (e forse provocato, chissà, a lui sembrava male che io, povera vittima dei suoi raggiri, dovessi star in paese a rammentargli con la mia sola presenza i suoi misfatti). Io continuavo a stare immobile sul greto del fiume, guardando ora lui, ora il fagotto, ora il cadavere, poi di nuovo lui, poi di nuovo il cadavere, poi di nuovo il fagotto, senza decidermi a prendere una decisione.

Pensai a quando ero stato Adriano Meis, al mio girovagare per l’Europa, al mio soggiorno a Roma, alle belle discussioni sulla teosofia con Anselmo Paleari, all’insormontabile tristezza della signorina Caporale, a quel mascalzone di Terenzio Papiano. E infine il pensiero verté su Adriana, sulla sua timidezza, sulla sua dolcezza casta, sull’affetto che si era venuto a creare tra noi, sull’unico casto bacio scambiato durante una di quelle ridicole sedute di spiritismo. Sarà stata l’odierna malinconia dovuta al nulla della mia vita eppur mi sembrò che tutto quel che m’era capitato di negativo durante quei due anni e qualche mese in cui lo ero stato non fosse così insormontabile. Non potevo denunciare un furto come mi successe in quel tempo col cognatino trafficone? Adesso non avevo più denari da difendere. Non potevo sposarmi perché non avevo documenti? Suvvia, il mercato nero dei dati anagrafici è florido quanto quello del carbone! A Miragno Mattia Pascal era libero, sincero e solo; a Roma Adriano Meis sarebbe stato incatenato, bugiardo e in compagnia.

Locandina del film Le due vite di Mattia Pascal (1985) di Mario Monicelli

– «Per una volta, almeno per una volta nella tua vita di contrabbandi, Batta Malagna fammi un piacere».

– «Subito, carissimo».

Gli porsi il fagotto dei miei vestiti come fosse un reliquario santo, lo accarezzai un’ultima volta sospirando forte, infine dissi:

– «Mettili a questo mio perfetto sosia. Fai in modo che il mio cadavere venga riconosciuto anche oggi: Mattia Pascal muore di finzione per la seconda volta».

Poi, rivolgendomi a tutti gli altri:

– «Voi non mi avete mai visto qui. O meglio non mi avete visto vivo ma solo come morto. Pagherò il vostro silenzio lasciando una somma in denaro che potrete ritirare in qualsiasi momento dalla zia Scolastica. Lei sola saprà che il mio suicidio era solo una fuga meno definitiva».

Batta Malagna mi strinse calorosamente le mani agitandole come un sonaglio. Sembrava commosso pur egli, ed era anche contento che me ne andassi dal paese per lasciarlo libero di peccare senza coscienza. Mollai deciso la morsa di quelle tenaglie e mi allontanai a passi larghi nella palude. Solo ad un tratto mi girai, urlando forte verso il mio ex-amministratore:

«Oh, sia inteso, stavolta l’epitaffio non farlo fare a quel melodrammatico di Lodoletta!».