Francesco De Gregori: il Viaggio Continua Sulla Strada

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De Gregori è ancora in viaggio. È ancora “sulla strada” e non ha intenzione di fermarsi. In un periodo in cui Fossati si è fatto da parte e Guccini sembra essere prossimo al ritiro (L’ultima Thule, dovrebbe essere il suo ultimo album), il sessantunenne Francesco De Gregori si diverte ancora a fare canzoni. Forse è proprio questo il messaggio che il cantautore romano ha voluto dare con Sulla strada, perché nonostante il titolo il disco in questione non sembra avere nulla in comune con il romanzo manifesto della beat generation di Jack Kerouac. Non è un concept sul viaggio. Non manifesta l’incessante bisogno di viaggiare. È un album che continua logicamente l’ultima produzione di De Gregori, con brani pienamente azzeccati e altri meno, ma comunque un lavoro che se fosse un compito in classe supererebbe tranquillamente la sufficienza. La title track è il pezzo più radiofonico e conferma il processo di “poppizzazione” che l’ultimo De Gregori ha subito, o scelto di subire. La vita vista necessariamente come strada dove di conseguenza «ci deve stare chi ci cammina». È un Francesco De Gregori che come sempre guarda e canta il mondo che ha vissuto e non può quindi non parlare della guerra, un tòpos della sua discografia. Si intitola proprio La guerra il brano più rock dell’album, ma un rock che nell’inciso diventa quasi un canto popolare partigiano. Il testo descrive la condizione dei soldati sempre a stretto contatto con la morte. «C’è un soldato in mezzo al campo e una casa nella valle, attenzione soldatino c’è il tramonto alle tue spalle» è però ben lontano da «Generale dietro la collina ci sta la notte crucca ed assassina». L’orecchiabile Belle époque è una canzone che calza a pennello con l’ultimo De Gregori live: seduto sullo sgabello con il suo cappello e la sua chitarra. Passano un po’ in sordina Showtime e Ragazza del ’95. La prima è un valzer d’amore, la seconda una speranzosa descrizione di una diciassettenne che cerca di trovare il suo percorso ignorando il difficile periodo storico (una moderna ma meno efficace Alice che «tutto questo non lo sa»). È presente, proprio in Ragazza del ’95, un interessante spunto di riflessione: si parla spesso di diritto al futuro ma l’autore canta «oggi è un giorno perfetto per volare, oggi penso che il futuro sia un dovere».

Nell’album non manca il De Gregori che tutti conoscono, forse un po’ semplicisticamente. Alzano, infatti, il livello dell’intero disco Passo d’uomo, Guarda che non sono io e Falso movimento. Forse poco innovative nello stile ma sempre degne di un ascolto approfondito, ripropongono il canto nasale e gli arrangiamenti spartani tanto cari agli ascoltatori più romantici del cantautore romano. In Passo d’uomo viene un po’ spiegato il modo in cui oggi Francesco De Gregori guarda al mondo: «sono qui che guardo fuori senza troppo pensare». Guarda che non sono io è una ballata autobiografica che ricorda un po’ La valigia dell’attore ma nella quale emerge la sfera privata dell’artista. Non è un caso che nel brano venga ripetuto spesso «se credi di conoscermi non è un problema mio». Una vera perla l’immagine dell’amore data in Falso movimento: «L’amore è mascalzone, viaggia contromano, parcheggia sempre dove vuole, fa vedere la lingua, parla con la bocca piena, si presenta così, senza un invito, proprio in mezzo alla cena». Si distingue su tutte Omero al Cantagiro, metafora della crisi della musica troppo legata alle strane logiche dell’industria discografica, che solo il singolo genio può risolvere. Ancora suoni e atmosfere da canzone popolare, soprattutto nei cori con la collaborazione di Malika Ayane (presente anche in Ragazza del ’95). De Gregori invoca Omero a dare lustro alla musica di oggi e lo immagina «alto e solenne» salire sul palco e cantare i suoi racconti. «Cantami Omero» dice il cantautore citando il «Cantami, o Diva» dell’Iliade, che poi ricorda come la buona musica non può essere improvvisata: «Servono piedi buoni per la salita. Fortuna, talento e calli sulla punta delle dita».

Nel suo complesso, Sulla strada risulta essere un album omogeneo, con qualche picco di creatività ma con dei momenti fiacchi superati con mestiere e con una straordinaria capacità di scrittura dei testi innegabile in Francesco De Gregori. Il disco può deludere i più critici che nella classica creazione in versi di fotografie tutta de gregoriana vede distanti i vecchi «Sole sul tetto dei palazzi in costruzione, sole che batte in un campo di pallone…» ma accontenta i realisti consapevoli che Rimmel e Bufalo Bill sono alle spalle e che nonostante un fisiologico calo creativo De Gregori regala ancora qualche sprazzo di arte. C’è poi chi lo accusa perfino di qualche ospitata televisiva di troppo che prima non c’era. A questi ultimi verrebbe da rispondere “non è mica da questi particolari che si giudica un cantautore”.