Eugène Ionesco e Barbara Kraft: A Conversation

di -
0 1102

«Secondo un antico detto la celebrità arriva sempre per le ragioni sbagliate. Pensa che il suo pubblico comprenda realmente il suo lavoro e le renda onore perché è davvero consapevole di quello che lei dice?». Questa fu la prima domanda di Barbara Kraft a Eugène Ionesco nell’intervista, realizzata nel maggio del 1980 per conto della National Public Radio presso la University of Southern California, in occasione di un convegno internazionale dedicato al lavoro del celebre scrittore e drammaturgo. Le pagine di questo incontro, assolutamente inedite in Italia, anche negli Stati Uniti sono considerate un documento raro: ne venne infatti pubblicato solo un estratto nel 1981 dalla rivista Canadian Theatre Review, proposto con grande orgoglio, proprio perché le interviste allora rilasciate da Ionesco erano sporadiche e preziose. I temi affrontati in questa brillante conversazione sono molteplici, qui potremo solo citarne alcuni (in attesa di una pubblicazione in italiano che speriamo prima o poi si realizzi) e nella scelta che dobbiamo operare è doverosa una breve introduzione.

“Macbeth, per esempio, dice che il mondo è una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furore, senza significato. Questa è la pura definizione del Teatro dell’assurdo – e forse del mondo. Shakespeare è stato il più grande prima di noi”

Eugène Ionesco, nato nel 1909 in Romania ma cresciuto a Parigi, iniziò la sua carriera di autore teatrale nel 1950; nel 1952, anno in cui Samuel Beckett pubblicò Aspettando Godot, venne rappresentata La cantatrice calva, opera considerata un fallimento nonostante avesse suscitato l’attenzione della critica e che solo a partire dal 1957 iniziò ad essere apprezzata dal pubblico raggiungendo una insolita costanza: ancora oggi e ininterrottamente dal 16 febbraio del 1957, nel piccolo Théâtre de La Huchette a Parigi,viene quasi quotidianamente riproposto questo lavoro di Ionesco. Il suo teatro, onirico e a tratti inquietante mette in scena l’uomo con le sue difficoltà e i suoi limiti; la parodia e l’eccesso risultano i mezzi fondamentali per rappresentare personaggi angosciati e privi di scopo; il linguaggio sostituisce l’azione eppure i personaggi sono soprattutto incapaci di comunicare: banalità, luoghi comuni, battute brevi e lunghi monologhi, tutto e il contrario di tutto a configurare quello che si definisce il “Teatro dell’assurdo”.

Ad un giornalista del New York Times nel 1988 che gli chiedeva di elencare i colleghi del Teatro dell’assurdo, Ionesco nominò Beckett, Genet, Adamov e, a sorpresa, anche Shakespeare: «Macbeth, per esempio, dice che il mondo è una favola narrata da un idiota, piena di rumore e furore, senza significato. Questa è la pura definizione del Teatro dell’assurdo – e forse del mondo. Shakespeare è stato il più grande prima di noi».

Eugène Ionesco

Non è stata dunque casuale la domanda di apertura di Barbara Kraft a Ionesco, giocata proprio sulla comprensione che il pubblico poteva avere del suo lavoro. Il drammaturgo affermò che chi analizza il lavoro di uno scrittore normalmente esprime attraverso questa analisi i propri problemi e le proprie ossessioni; il suo pubblico era stato da sempre molto vario, bambini, lavoratori, contadini, eppure tutti hanno sempre ben compreso il significato del suo modo di fare teatro: «Devo dire che in tutto il mondo, dagli Stati Uniti alla Corea, dalla Francia al Giappone, il pubblico ha riso, pianto e reagito più o meno allo stesso punto dei drammi e negli stessi dialoghi». In occasione del convegno Ionesco aveva scritto un articolo pubblicato da USC Chronicle in cui aveva affermato che «la cultura non può essere separata dalla politica. Le arti, la filosofia e la metafisica, la religione e le scienze costituiscono cultura. La politica è la scienza o l’arte di organizzare i nostri rapporti per permettere lo sviluppo della vita nella società». Dunque la cultura come mezzo di unione e comprensione, universale come la reazione alle sue opere.

“Penso che Solženicyn sia da considerarsi uno dei più grandi scrittori della nostra epoca”

Durante l’intervista Barbara Kraft chiese a Ionesco cosa pensasse di Aleksandr Isaevič Solženicyn, se lo ritenesse uno scrittore politico o un umanista: «Penso che Solženicyn sia da considerarsi uno dei più grandi scrittori della nostra epoca. Uno dei più grandi di tutte le epoche. Le cose che ha detto e scritto sono forti come quelle scritte da Dante. I Gulag che ha descritto non sono però in un Inferno o Purgatorio esterni. Sono sulla Terra. […] sull’Occidente egli si era illuso pensando che avrebbero creduto a quello che stava descrivendo ma si accorse che non lo credettero. […] Anche per capire la realtà è necessaria tanta immaginazione».

E alla domanda della giornalista sul vero significato della definizione “uomo libero” e se lui stesso si considerasse tale, Ionesco rispose: «La libertà è una questione di spiritualità. Non vi è alcuna rivoluzione riuscita difendendo e preservando la libertà. Proprio con la parola libertà sulle labbra, i rivoluzionari hanno istituito dittature. Per quanto riguarda la libertà posso dare una definizione che oramai è diventata un cliché o banale, pur sempre vera, i limiti della mia libertà sono definiti dalla libertà dell’altro».