Due partite: Ieri e Oggi, una Femminilità cui Manca l’Ossigeno

di -
0 198

Siamo donne, oltre le gambe c’è di più. Una verità eterna e inviolabile, valida da sempre nel corso dei decenni e delle trasformazioni sociali che ci hanno interessato. Ma anche un leitmotiv spesso inflazionato, che pecca di inefficacia quando l’uso che se ne fa rasenta il patetismo.

Affrontare da spettatrice Due partite di Cristina Comencini, andato in scena al Teatro Carignano di Torino, è stata una sfida autoimposta: vincere un’innata titubanza verso i prodotti letterari dichiaratamente femminili, scritti dalle donne per le donne in primis. L’arte in rosa può essere anche una disturbante forzatura, in certi casi: una protesta fine a se stessa che si alimenta di autocompiacimento senza determinare un’effettiva reazione a livello sociale, o, almeno, nell’animo di ciascuno. Temevo di andare incontro a un’opera intrisa di lirismo affettato e melanconico, ma confidavo nelle doti comiche delle attrici coinvolte, sperando in una buona dose di ironia che desse uno sprint all’impostazione drammaturgica.

Due partite – da sinistra: Giulia Michelini, Giulia Bevilacqua, Paola Minaccioni e Caterina Guzzanti – Foto di Fabio Lovino

Si tratta della riproposizione, firmata Paola Rota, del debutto registico della Comencini, nel 2006, che vide sul palco Margherita Buy, Marina Massironi, Isabella Ferrari e Valeria Milillo. Un poker d’assi non riproponibile, insomma. In Due partite quattro donne incarnano i ruoli prima di madri e poi di figlie in epoche differenti.

Nel primo scenario abbiamo atmosfere vintage che racchiudono quattro condizioni esistenziali fondate sulla solitudine. L’infelicità sembra dettata da un ordine di cose prestabilito, inalterabile. La rassegnazione è l’unica non-reazione possibile. Troviamo così la donna tradita (Paola Minaccioni) che si atteggia a madre perfetta, ma non nasconde il desiderio di fuggire dalla propria vita, dimenticarsi di tutti e abbandonarsi a se stessa, rimanendo fuori dalla gabbia che la imprigiona. C’è poi la donna frustrata (Giulia Bevilacqua), l’artista costretta a rinunciare alla musica, che aspetta a casa l’amato-odiato marito in tournée per concerti: l’unico sprazzo di vitalità che le rimane lo sfoga nel litigio, appositamente cercato per dare un senso al rapporto coniugale.

Due partite – Foto di Fabio Lovino

Immancabile la figura dell’amante (un’intensa Caterina Guzzanti), alla continua ricerca di passione, lontano da un marito che non ha mai amato, con una figlia non voluta che guarda con freddo distacco. È una donna cinica, poco avvezza ai sentimentalismi, ma con evidenti carenze affettive e un bisogno viscerale di protezione. Infine, la più giovane e meno esperta, affidata a una convincente Giulia Michelini: è una ragazza svampita, sempre tra le nuvole, che vive con emozione e spavento la sua gravidanza quasi agli sgoccioli. Si rifugia nei libri per evitare di affrontare la realtà, ma solo in un secondo momento si scopre che la lettura è l’unico rifugio in cui può ancora ritrovare tracce della madre scomparsa anni prima. Appare così come un’eterna bambina che non vuole crescere, sospesa in un sogno continuo.

È sul suo vissuto che si sviluppa poi la seconda parte del dramma; o meglio, sulla sua morte. Una rotazione di scenografia, un cambio di luci e di abiti ci ripropongono lo stesso contesto amicale calato in tempi moderni: l’occasione questa volta non è la partita a carte settimanale, ma un funerale. Protagoniste sono le quattro figlie ormai cresciute, risultato di scelte, rinunce, accettazioni, rimorsi e rimpianti delle loro madri. La modernità in cui vivono ha permesso loro di concretizzare determinate ambizioni, o di affrancarsi almeno da certe imposizioni, di sfuggire alla staticità.

Due partite – Foto di Fabio Lovino

Eppure, malgrado i progressi dell’emancipazione femminile, sembra che le donne della Comencini siano condannate all’insoddisfazione esistenziale. Non esiste prospettiva futura, possibilità di riscatto, speranza di giorni migliori: le due partite giocate ieri e oggi si autoesauriscono nella mortificazione di qualsiasi sentimento che possa determinare un pirandelliano “strappo al cielo di carta”. Il microcosmo in cui le donne si muovono è finto, ovattato, opprimente, isolato dall’esterno.

E se le protagoniste degli anni Sessanta riuscivano a confezionare per il pubblico la perfetta immagine del femmineo focolare domestico, sembra poi che, nel passaggio agli anni Duemila, la latente protesta di fondo si perda nel marasma frenetico che è effettivamente la società contemporanea in cui viviamo. Fecondazione assistita, turni di lavoro infernali, tempi contati persino per fare l’amore: la reificazione della donna prende il posto delle stilizzate figure di plastilina che si lasciavano trascinare dalla noia malinconica degli anni del boom economico. Peccato che le attrici non siano state sempre all’altezza di rendere appieno questo mutamento, innescando momenti di piattezza emotiva e decelerazione del ritmo scenico. Ma questo commento rientra nel mio spirito autocritico verso qualsiasi prodotto culturale che sbandieri ai quattro venti una femminilità unidimensionale.


Due partite

di Cristina Comencini

Regia: Paola Rota – Scene e disegno luci: Nicolas Bovey – Costumi: Gianluca Falaschi

con Giulia Michelini, Paola Minaccioni, Caterina Guzzanti, Giulia Bevilacqua

Produzione: Artisti riuniti srl