Crash da Ballard a Cronenberg: l’Orgasmo ai Tempi del Cruscotto

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Crash è lo stridìo che si sente quando la letteratura investe la realtà con i mezzi eversivi di cui dispone (anche meccanici, perché la stampa di un libro lo è). L’esistenza sopravvive, sempre, allo scontro ma ne porta le insanabili cicatrici. Le ferite del tessuto spazio-temporale continuano ad aumentare e la saldatura dell’universo minaccia di essere definitivamente corrosa dal nichilismo di visioni estreme.

Copertina del romanzo Crash (Feltrinelli)

Il romanzo Crash (Feltrinelli – traduzione di Gianni Pilone Colombo) di James Graham Ballard, pubblicato nel 1973, è stato uno degli ultimi autoveicoli scagliato contro la società umana da un’arte che corre il perenne rischio di rimanere chiusa in garage. Preconizzando un rombo di motore che annunciava un raschiante, ultimo tentativo di messa in moto (il movimento cyberpunk), l’opera di Ballard è la prima e più compiuta analisi narrativa dell’avvento di una nuova era: l’era del Metallo Fuso. L’organicità ha smarrito la sua importanza ontologica nella vita dell’uomo a favore del Metallo e la liquefazione di esso con le più disparate sostanze, compresa proprio quella Carne che fino a poco tempo fa distingueva la vita dalla non-vita.

Crash non postula però fantascienze aliene e distopie politiche ma immerge la nostra modernità in una radicalizzazione molto vicina da immaginare, così prossima all’autore/lettore che perfino il protagonista si chiama Ballard, in un processo di immedesimazione giocato su una convenzione molto più incisiva della presunta semplicità a cui si appoggia. Ecco allora che tutti i personaggi di Crash passano quasi tutto il loro tempo dentro un’automobile, smarriti dentro ingorghi infiniti o cozzanti contro piloni di tangenziali più stordenti di un anfetaminico. Quel che fanno all’interno delle loro case, alcove, bare di metallo è parte di una realtà che scorre sottoterra come una metropolitana urbana ma che, proprio come quella, è facile incontrare: basta scendere le scale mobili.

La violenza morbosa di Crash, in fondo, inquieta per il suo clinico diramarsi in tutti gli interstizi di normalità. Vaughan comincia a cooptare Ballard nei suoi rituali feticistici all’ospedale, dopo che egli è sopravvissuto miracolosamente a uno spaventoso incidente d’auto; Helen Remington e Ballard scopano più volte nei solitari parcheggi dell’aeroporto; Vaughan e Catherine si scambiano fluidi corporei all’interno di un autolavaggio. Lo stesso autore di Crash ha definito la sua opera come «il primo romanzo pornografico su sfondo tecnologico», intendendo non solo la sfiancante reiterazione di scene sessuali a cui è sottoposto il lettore bensì l’imbarazzante close-up compiuto dalla sua penna verso una vicenda d’epoca di chiaro valore emblematico.

Immagine tratta dal film Crash (1996) di David Cronenberg

Per Ballard l’onnipotenza tecnica è pericolosa perché ha aperto le porte alla corriva onnipotenza morale: nell’epoca del tutto è possibile, tutto lo è purtroppo davvero. L’automobile è causa di terribili menomazioni fisiche e al contempo il tempio delle più abiette profanazioni carnali, nel senso che la carne non basta più a sé stessa perché per causare appagamento di naturali sensi deve fondersi e confondersi con i materiali della sua creazione. Un seno non suscita desiderio se le sue curve non somigliano a quelle del cruscotto, il busto di metallo di una Rosanna Arquette deputata a ruoli di sensualità trasgressiva causa invece aneliti poetici/tecnici che si esprimono solo incidentalmente attraverso le coordinate umane dell’appagamento. Rosanna Arquette. Siamo arrivati già, senza nemmeno accorgerci dell’avvenuto cambio di paesaggio mediatico, all’omonimo film di David Cronenberg, Crash (1996), vincitore del premio della giuria al Festival di Cannes sotto la lungimirante presidenza di Francis Ford Coppola.

Immagine tratta dal film Crash (1996) di David Cronenberg – Rosanna Arquette

L’opera cinematografica e il libro sono, infatti, più contigui di quanto si possa immaginare: il regista canadese ci ha messo un po’ ad arrivare ma l’ha fatto senza l’aiuto di spersonalizzanti mappe satellitari e ciò ha contribuito a una soggettivazione critica che su schermo si traduce nell’unica oggettivazione possibile. C’era cioè, in termini meno cinetici, bisogno non di qualcuno che si accodasse passivamente ma di un autore di cinema che si schiantasse con l’originale autore di letteratura per vedere che nuova forma artistica ne sarebbe sorta fuori. Il risultato di quel frontale è raggelante quanto quello che rende vedova Helen Remington nella prima scena della pellicola. L’esoscheletro della vicenda originaria resta fondamentalmente intatto, anzi è intarsiato ancor più sinistramente in alcuni punti. Cronenberg accetta motu proprio l’alienazione sentimentale di Ballard, Vaughan e la sua accolita rendendoli da subito marionette inespressive sino a giungere agli estremi della catatonia di Catherine Ballard, fatta interpretare ad un’attrice dalla fissità facciale naturale come Deborah Unger.

I personaggi esperiscono le loro cicatrici con spento erotismo ed è proprio questo ossimoro a risultare urticante agli occhi dello spettatore e della critica benpensante (come dimenticare i boicottaggi di tanta stampa internazionale e della solita iperattiva magistratura nazionale?). Questa doppia negazione conformistica, e cioè quella della risposta sessuale a un evento traumatico e della coloritura glaciale data a un sintomo comunque erotico, enfatizzata dalla sempiterna immedesimazione emotiva a cui il cinema costringe, rende Crash uno degli atti più disumanizzanti mai apparso nella recente storia dell’arte. Il film di Cronenberg demolisce l’ideologia soggiacente della modernità frantumandone i totem da un punto di vista visuale. Gli ingorghi stradali, gli amplessi, le sopraelevate sono ripresi con fotografia livida ma comunque realistica, passibile di riconoscimento da parte di chi guarda. Il mondo che reinventa su schermo il proprio Eros, sembra ricordarci il regista ad ogni inquadratura, è il nostro, non quello di un futuro lontano.

Immagine tratta dal film Crash (1996) di David Cronenberg – Deborah Unger e James Spader

Vaughan simula la morte del nostro James Dean, di quel ribelle col ciuffo biondo che tutti conosciamo. A questo rovesciamento di stereotipi contribuisce anche l’apporto di tecnici di bravura assodata. Oltre alla già menzionata recitazione antinaturalistica del cast (l’altrove brillante James Spader è qui palesemente tenuto a freno), le note di Howard Shore anneriscono ancor di più con le loro tetre distonìe le insane notti di Ballard. Il finale del lungometraggio di Cronenberg si discosta da quello del romanzo aumentando, se possibile, i giri dell’audacia. Marito e moglie ritrovano l’autenticità della loro passione coniugale dopo esser sopravvissuti all’ultimo autodistruttivo crash delle loro macchine e delle loro vite. L’erba verde assorbe i sospiri e il sangue delle loro ferite mentre il motore dell’auto ammaccata continua a grattare faticosamente. Il dolly si alza potente su questa tenera crasi tra amore e tecnologia: il futuro delle relazioni umane è veramente questo?