Sergio Leone Story – Parte I

Simone Bellitto 16 marzo 2011 cinema, primo piano Nessun commento

Tutti gli affezionati del mondo della celluloide, chi più chi meno, conoscono il regista Sergio Leone (1929-1989) ovvero, a parer di chi scrive (e non solo), uno dei più grandi registi mai comparsi sulla scena della cinematografia italiana e mondiale. Le sue opere, quasi tutte ascrivibili al genere dello spaghetti-western, sono state viste e riviste da generazioni di cinefili. Ma quanti conoscono gli esordi di questo regista, e i suoi primi approcci al mezzo cinematografico? Se dapprima fu persino comparsa nel film di Vittorio De Sica, Ladri di biciclette (1948), fu subito dopo, negli anni ’50, che iniziò a lavorare dietro la macchina da presa. Erano gli anni in cui andava di moda un certo genere, il peplum, anche detto in gergo Spada e sandalo; in sostanza un filone epico/mitologico, che aveva letteralmente incollato al cinematografo vecchi e nuovi amatori. Quadri intrisi di scene classicheggianti e di personaggi eroici, che impressionavano ed affascinavano con le loro imprese gli spettatori paganti. E fu in questo scenario temporale che il nostro film-maker iniziò dapprima a scrivere sceneggiature, per poi passare ad essere regista delle seconde unità. L’ideale per “farsi le ossa” e imparare il mestiere.

Quo Vadis (1951) di Mervyn LeRoy e il pluripremiato, con ben 11 Oscar, Ben Hur (1959) di William Wyler, sono i due titoli più importanti del periodo ai quali Leone prese parte. E fu in quello stesso anno che per una coincidenza, o colpo di “fortuna”, ebbe l’occasione di avere la sua prima regia, anche se “a metà”, con Gli ultimi giorni di Pompei (1959) di Mario Bonnard. Di questo film, che il primo regista dovette abbandonare per motivi di salute, Leone si trovò a dover ultimare le riprese cimentandosi così nella sua prima prova diretta sulle scene come “timoniere”.

I risultati, nel complesso, non si distaccano dalla classica opera di genere, mantenendone inossidabilmente intatti tutti gli stilemi e anche tutte le “pecche”, fra le quali un intreccio epico/romantico che incorpora tutti i cliché di categoria. Con Il colosso di Rodi (1961), invece approdò alla sua prima regia vera e propria, con l’occasione di mettere alla prova i meccanismi ed il talento fino a quel momento acquisiti. A dire il vero, nonostante un utilizzo sapiente dell’ironia in alcuni dialoghi (che sarà poi trasposto e magistralmente utilizzato nei film successivi) ed un impianto scenico vigorosamente spettacolare per un lungometraggio dal budget contenuto, i risultati, purtroppo, non si discostano molto dall’opera precedente.

Troppi stereotipi, troppa prosopopea che di certo mette in luce ancora incertezza e immaturità, giustificabile per un regista comunque alle prime armi. Tutto questo senza analizzare la seconda parte del film (in cui si accentua la debolezza dell’impianto scenico) che è una fotocopia (voluta?) del lungometraggio di appena due anni prima. Per concludere, forse Sergio Leone si apprestò, per il suo “battesimo”, ad un genere che ormai, dopo i fasti dei decenni precedenti, andava ineluttabilmente verso la deriva. Ma tutto ciò senza dubbio gli fu d’ausilio per creare i capolavori che lo hanno reso immortale, e nell’acquisizione di quella coscienza critica che accompagnerà tutta la sua attività.



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