Per un Amico in Più

Giuseppe Floriano Bonanno 4 marzo 2011 cinema, primo piano 2 commenti

Mark, studente ad Harvard, autentico mago dell’informatica, dopo una movimentata cena in cui viene mollato dalla sua ragazza storica, in una notte di alcol e follia, inventa il logaritmo di un sito, Facemash, che diventerà la prima pietra del re dei social network: Facebook. Il regista ci racconta, in due ore intense e rivelatrici, la vera storia di come è nato, si è sviluppato e si è diffuso il fenomeno informatico del terzo millennio, dando spazio e visibilità a coloro che lo hanno ideato, alle loro battaglie, ai loro litigi, ai loro tradimenti… Il taglio dato dallo sceneggiatore Aaron Sorkin, che si ispira al libro di Ben Mezrich “The Accidental Billionaires”, è quello tipico di tante biografie di personaggi famosi. Davanti a noi scorrono i fotogrammi dell’avventurosa storia del co-fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, del suo amico e socio iniziale, Eduardo Saverin, e di tutti coloro che, in qualche modo, sono stati coinvolti nella genesi di quello che, ormai superati i 500 milioni di iscritti, può essere considerato il terzo “stato” più popoloso del nostro pianeta. La storia dei protagonisti è raccontata con lucida spietatezza, con un taglio “politically correct”, permettendoci così di conoscere, senza alcuna indulgenza, tutte le parti in causa: Zuckerberg, il ragazzo prodigio che in una notte inventa un network che coinvolge fin da subito centinaia di studenti, il suo socio, in seguito tradito, Saverin, e i due fratelli Winklevoss, futuri olimpionici di canottaggio, che avevano commissionato a Zuckerberg un progetto similare.

Attraverso le gesta di questi geniali ragazzi, Sorkin prova a fornirci una lettura sociologica del fenomeno Facebook, un mondo digitale sì, che non è certamente realtà, nel senso stretto della parola, ma non è neppure finzione, finendo invece per essere una sorta di sterminata rete mondiale in cui la società multietnica del XXI secolo si è trasferita in massa. E lo ha fatto per mettere a nudo sé stessa, e per entrare in contatto con un prossimo, spesso lontano migliaia di kilometri, dimenticando magari di bussare alla porta del vicino per conoscere chi abita nell’appartamento accanto!!! L’interrogativo che sorge spontaneo è se questa realtà “altra” possa davvero essere parte, ed interagire, con la realtà “vera”, e non sia piuttosto un comodo ed indolore escamotage per evitare di rapportarsi con gli altri. Il regista David Fincher ci regala una lettura intimista della vicenda: Mark Zuckerberg, l’uomo che ha dato alla parola “amico” un altro significato, più allargato e lieve, alla fine della sua ascesa economica e sociale è solo, come spesso capita ai geni o alle persone di grande successo. Chi ha ideato il network della socialità per eccellenza è infatti una persona socialmente inabile, anche per i bassi standard dei nerds accademici; non a caso una delle spinte più forti nella sua corsa non è stato tanto il desiderio di arrivare, quanto piuttosto la frustrazione sociale legata dall’essere rifiutati negli ambienti che contano davvero.

La tecnica narrativa di cui si avvalgono lo sceneggiatore ed il regista è multipiano: da una parte si racconta il presente, attraverso le udienze legali in cui i vari protagonisti sono impegnati ad affrontarsi per affermare la proprietà del marchio e delle idee, dall’altra si aprono finestre sul passato attraverso una serie di flashback che ci scortano dalla genesi del tutto all’oggi, mentre il futuro viene solo sfiorato attraverso i temi lasciati volutamente avvolti nell’incertezza. En passant, il film è anche uno spaccato di quella che è stata una fase “folle” dell’economia mondiale, il periodo della tanto decantata New Economy, in cui i geni dell’informatica, con la giusta idea, sono riusciti a diventare miliardari, fondando società che hanno contributo a digitalizzare l’intera società, e che hanno visto in Bill Gates il loro padre. Decisamente bravi gli attori, giovani e credibili, fra i quali spicca Jesse Eisenberg, che ci restituisce l’immagine di un Mark Zuckerberg musone, perennemente serio, incapace di sorridere e di manifestare compiutamente le sue intime emozioni, una sorta di “cattivo ragazzo”, che passa attraverso tutta una gamma di sentimenti espressi (la passione, l’ira, la vendetta, ecc.) e inespressi (il bisogno di comunicare e condividere), tratteggiandolo quasi come una specie di romantico “gangster”, una sorta di digitale “public enemy”, modello anni trenta, che appare infine come un eroe tragico, quello di cui “innamorarsi”, ma che alla fine cade inevitabilmente ucciso.

Da sottolineare anche la perfetta e meticolosa ricostruzione degli ambienti e dei costumi della Boston universitaria e della Silicon Valley, popolata dai manager-ragazzini, con particolare attenzione per la musica, le mode, i costumi che hanno segnato un’epoca che ha aperto la strada alla società contemporanea. Da non perdere per tutti gli iscritti al Network e per chiunque altro voglia riflettere sull’oggi tecnologico e virtuale.



  • franco

    FACEBOOK : Questa scoperta per me e’ stata piacevole, ma e’ non spazio che ho dovuto imparare a usare e gestire nel migliore dei modi. All’inizio fui tirato dentro dai figli, ed ero circondato da questi messaggi brevi, isterici, a volte freddi che loro sono abituati a scambiarsi, i freddi saluti sulle chat. Devo dire che fui tentato di uscire, poiche’ non pensavo fosse un mondo adatto ad un uomo di 50 anni. Poi ho scoperto che se esternavi o comunicavi qualcosa o uno stato d’animo rimaneva traccia, e cosi si poteva cominciare un dialogo. poi ho iniziato a condividere foto, ho ritrovato vecchi amici, ho conosciuto cugine e cugini oltre oceano. Insomma ora apprezzo i lati positivi del social network piu’ importante e frequentato al mondo! Come tutte le cose va usato con correttezza e rispetto!

  • Ines

    La cosa che mi ha colpito di più leggendo l’articolo è il contrasto che questo ragazzo ha trasmesso a tutto il mondo. “Chi ha ideato il network della socialità per eccellenza è infatti una persona socialmente inabile” : chi usa facebook, chi ne è quasi assorbito, e ce ne sono davvero tanti, in realtà si nasconde dietro uno strumento per evitare la società… quante volte sarà capitato di sentirsi con gli amici tramite facebook anche se basterebbe una chiamata per passare lo stesso pomeriggio insieme di persona? Condivido con Fraco: è uno strumento quindi impariamo ad usarlo, non a farci schiavizzare!