La mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo, in corso a Roma fino al prossimo 7 maggio nella neorinascimentale e ottimamente conservata sede di Palazzo Braschi, continua a mietere i consensi del pubblico e le recensioni entusiastiche da parte degli addetti ai lavori.

Artemisia Gentileschi – Giuditta decapita Oloferne, 1617 – Olio su tela, 159×126 cm – Napoli, Museo di Capodimonte © Museo e Real Bosco di Capodimonte – su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo

Una positività unanime certamente causata dal certosino lavoro promosso e prodotto da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group e organizzato con Zètema Progetto Cultura. L’esposizione nasce da un’idea di Nicola Spinosa, che si è avvalso di un prestigioso comitato scientifico, ed è curata dallo stesso Spinosa per la sezione napoletana, da Francesca Baldassari per la sezione fiorentina e da Judith Mann per la sezione romana. Il merito principale dei curatori è stato quello di riuscire a portare nella Capitale i più rinomati quadri della pittrice romana grazie ai generosi prestiti di musei come gli Uffizi di Firenze, il Metropolitan di New York e il Museo Nazionale di Capodimonte, instradandoli in un percorso tematico semplice ma di forte lettura.

La comparazione tra le opere della Gentileschi e quelle di altri autori del suo tempo, infatti, nel suo basilare accostamento (una stanza dedicata alla “protagonista”, la successiva ai suoi deuteragonisti), anima mutevoli rimandi figurativi a seconda del grado di partecipazione del fruitore. Capita così di poter apprezzare come l’innegabile caravaggismo delle prime opere (le due versioni di Giuditta decapita Oloferne, celebre soggetto biblico con cui precedentemente Michelangelo Merisi era riuscito a imporre il suo potente stile nella tradizione italiana) riesca nel corso di una carriera di successo ad arricchirsi anche di altre ispirazioni coeve (ad esempio, lo sperimentalismo cromatico di Simon Vouet).

Quel che però la mostra riesce a fare con più forza è sconsacrare la figura della Gentileschi dalla oramai classica santificazione femminista dettata a partire dalla nota vicenda biografica dello stupro perpetrato ai suoi danni in giovane età. Cercare di rintracciare a tutti i costi tracce dell’esecrabile violenza occorsole nella scelta dei soggetti o di alcune peculiarità pittoriche (lo schizzo di sangue in primo piano nel già citato omicidio di Oloferne) significa ridurre il talento artistico della “pittora” a mera risposta (im)mediata delle sue sfortune. Da una parte l’esposizione riprende abbondantemente quel percorso esegetico, confermato dalla scelta di puntare su pannelli wikipediani che ne riprendono le arcinote vicende ma soprattutto dalla riproposizione integrale, nella cappella più panoramica di Palazzo Braschi con il celebre affaccio su Piazza Navona, del documentario del sempre bravo (qualche produttore dia una sceneggiatura importante a questo ragazzo siciliano dall’imbarazzante talento visivo) Piero Messina commissionato da Sky Arte.

Artemisia Gentileschi e il suo tempo – L’allestimento a Palazzo Braschi – Foto di Danilo Alessandro per Arthemisia Group

Una volta sfrondata la vita dalle opere di questa donna che possedeva, bisogna comunque ammetterlo, un coraggio emancipatorio ante litteram quel che però i curatori dell’esposizione riescono a trasmettere col loro percorso tematico è la bravura cristallina di Artemisia Gentileschi che oltrepassava le differenze di genere e le ovvie difficoltà ambientali del tempo per competere alla pari con i massimi esponenti del Seicento barocco. Andando a ramengo, sovviene ad esempio l’arditezza di Giuditta con la sua ancella, dal cui classico sfondo nero emergono con inusitata scelta di taglio, quasi sorprese dall’occhio dell’artista in un poco appariscente attimo post-assassinio, la vedova ebrea vendicatrice del suo popolo e la domestica. Perfino il primo Susanna e i vecchioni, dipinto a soli diciannove anni, nonostante sia colmo di pennellate vendicative (i due anziani giudici rappresentano rispettivamente il padre Orazio e Agostino Tassi, autore della coercizione sessuale) denota una grande sensibilità per la composizione figurativa del soggetto e un misurato naturalismo della nudità femminile.

Artemisia Gentileschi – Ester e Assuero, 1626-29 ca. – Olio su tela, 208,3×273,7 cm – Lent by The Metropolitan Museum of Art, gift of Elinor Torrance Ingersoll, 1969 © The Metropolitan Museum of Art

Lo stile proteiforme della Gentileschi, sempre pronto ad assorbire e rielaborare in chiave personale le influenze delle tradizioni delle città dove la pittrice operò per qualche tempo (Roma, Firenze, Napoli), è testimoniato ad esempio dalla teatralità di Ester e Assuero, dove allo sfarzo scenografico tipico del barocco napoletano si aggiunge la scelta di relegare i soggetti della scena ai margini e lasciare il centro quasi vuoto, per enfatizzare l’impressione di movimento di Assuero che sta per andare a sorreggere la svenevole Ester.

L’imponente e probabilmente definitivo studio sulle opere di Artemisia Gentileschi (Nicola Spinosa rivendica con orgoglio di aver tralasciato i quadri di dubbia attribuzione presenti in altre mostre) si sposa, come già detto, con la presenza di settanta opere di quasi tutti i più importanti pittori barocchi, in una ricchezza di temi e situazioni che fungono anche da meme storico di un passato artistico lucente. Il Seicento attraversato da una donna forte e in esposizione in un palazzo del Settecento neorinascimentale visitabile da un pubblico del Duemila: un groviglio di situazioni e tempi eterodossi che vale la pena provare sulle proprie retine.

Artemisia Gentileschi e il suo tempo – L’allestimento a Palazzo Braschi – Foto di Danilo Alessandro per Arthemisia Group