L’Art Fatale di una Femme Moderne

Silvia Pellegrino 8 aprile 2011 arte, primo piano, visitare 1 commento

«Tra centinaia di quadri, riconoscerai il mio […] perché la mia pittura affascina le persone» (Kizette de Lempicka-Foxhall, Passion by Design: The Art and Times of Tamara de Lempicka, Abbeville Press, New York, 1987, p. 53) dichiarava Tamara a proposito della sua arte e non si può certo darle torto. L’eccentrica artista cela sotto un manto di mistero i caratteri privati della sua vita, lontani dalla mondanità che riecheggia il suo nome. Il primo enigma riguarda data e luogo di nascita: secondo le sue dichiarazioni l’artista nasce a Varsavia nel 1902, ma attraverso il certificato di matrimonio e quello di morte, si attesta che Tamara Gorska (questo il suo nome di battesimo), è nata a Mosca nel 1898 da Malvina Decler e Boris Gorski. La piccola Tamara, assieme ai fratelli Stanislaw e Adrienne, subisce la perdita del padre a soli 5 anni e accolta dai genitori di Malvina, trova conforto grazie alle amorevoli cure della nonna Clementine, che vede in lei una superiorità intellettuale e artistica da coltivare. Nel 1907 affrontano insieme un lungo viaggio in Italia dove Tamara segue le prime lezioni di pittura da un artista francese, utilizzando dei semplici sassi come supporto. Continuando a studiare presso l’esclusivo collegio a Rydzyna, in Polonia, nel castello barocco, affina le sue doti artistiche, acquistando sicurezza e abilità. Esegue il suo primo ritratto, prendendo come modella la sorella Adrienne.

È in Russia, considerata la sua seconda patria, che l’artista esprime liberamente il suo genio bizzarro. Partecipando a feste di gran gala e balli in maschera organizzati nelle case nobiliari, stringe un profondo rapporto con la famiglia imperiale, immortalandone alcuni personaggi. Tra i dipinti più famosi si ricordano il Portrait du prince Eristoff (1925) e il Portrait du grand-duc Gabriel Constantinovic (1926), divenuti vere e proprie icone degli anni venti. La grande forza d’animo della giovane Tamara l’aiuta a superare gli anni difficili della Rivoluzione, confortata dall’amore forte che nutre per il suo compagno Thadeus Lempitzski, sposato nel 1916, e dall’inestinguibile passione per l’arte, rinnovata dal fascino delle avanguardie cubo-futuriste. I due innamorati fuggono dalla guerra rifugiandosi a Parigi, dove nasce la piccola Kizette. Nella capitale parigina, la pittrice si iscrive all’Académie de la Grand Chaumière, seguita da due facoltosi artisti: Maurice Denis e André Lhote, dai quali impara l’essenzialità del colore destinato ad indirizzare il pubblico verso un impatto visivo diretto e la piacevolezza dell’equilibrio compositivo. Il 28 novembre del 1925, nella galleria Bottega di Poesia del conte Emanuele Castelbarco a Milano, la Lempicka inaugura la prima esposizione personale, nella quale emerge la commistione, tipica dell’Art Déco, tra antico e moderno, evidenziando un lessico che abbraccia una molteplicità di suggestioni: la sinuosità della statuaria romana e i tratti tipici del Rinascimento fiorentino e veneto permeati dalla stravaganza della moda e del cinema contemporanei.

La straordinaria capacità dell’artista si rintraccia nella perfetta congiunzione tra antico e moderno, fondendo insieme elementi della cultura popolare e pregiati lineamenti dal gusto lussuoso ed elitario; Tamara Lempicka crea un linguaggio visivo assolutamente originale. Il successo inarrestabile arriva per l’artista nella seconda metà degli anni Venti, quando il perfezionamento dello stile fortemente personale e convincente, si esprime in un centinaio di ritratti eseguiti fra il 1925 e il 1939 dove primeggia il ritratto della figlia: Kizette en Rose (1926), acquistato dai committenti del Musée des Beaux-Arts di Nantes. Ispirate a un’interpretazione umanizzata del Cubismo, le figure femminili di quei dipinti sottolineano la trasgressività dell’artista e la sua emancipazione sessuale esternata con coraggio, senza limiti imposti dalla pudicizia: La Tunique rose, La belle Rafaëla, La rêve, La belle Rafaëla en vert e Nu couché au livre, esposte per la prima volta tutte insieme al Complesso del Vittoriano, sono cariche di una grande tensione erotica che sussurra al pubblico la dichiarata bisessualità dell’artista. Nel 1927 Tamara istaura un rapporto lavorativo con la rivista tedesca “Die dame”, immergendosi nel fascinoso mondo della moda dal quale dipenderà la sua nuova ispirazione oltre che il consacrato successo: le sue muse sfoggiano abiti “glamour”, dalle tonalità sfavillanti, simbolo dell’eleganza contemporanea, quasi fossero le prime note di un’ouverture alla modernità, anticipando fenomeni che caratterizzeranno il gusto mondano della seconda metà del secolo.

A testimoniare la svolta creativa sono esposte in mostra L’écharpe orange del 1927 (utilizzata come immagine della prima copertina di “Die Dame”), Le turban vert del 1929, L’écharpe bleue del 1930, La bohémienne del 1923, Les deux amies del 1928, fino a Le chapeau à la rose del 1944 e Femme au chapeau del 1952. Nel 1929, dopo il divorzio dal marito, la Lempicka accetta di eseguire una serie di ritratti a New York, dove alcune icone della modernità divengono un must irrinunciabile: vertiginosi grattacieli, imponenti transatlantici, ingombranti telefoni sono solo alcuni esempi della passione per il “moderno” che accompagnano le donne dell’artista, le cui nudità evocano un’idea di manifesta voluttà, sensualità e, nei soggetti più maturi, di desiderabilità sempre viva. In mostra Nu aux buildings del 1930, il Portrait de Marjorie Ferry e il Portrait de Madame M. del 1932.

Ma la Lempicka diva lascia spazio ad una donna fragile, sensibile, carica di una nuova energia eterotopica che fa volteggiare i suoi pennelli dipingendo volti di santi, Madonne e suore, vecchie contadine, anime perse della Lontana Polonia, mendicanti e fuggitivi, ricordando un triste passato da esule, mai dimenticato. Nel 1939, cinque anni dopo il secondo matrimonio che la unisce col barone Raoul Kuffner, varca la soglia del patinato universo Hollywoodiano, promuovendo se stessa e la sua arte come una vera star del cinema. Viene intralciata però da feroci critiche rivolte alle sue ultime opere considerate di scarso interesse artistico, non originali e prive di quel dinamismo tipico delle tele dipinte a cavallo fra le due guerre. Ma nulla è perduto. Un nuovo legame intellettuale la solleva, lusingata dall’ammirazione del grande pittore surrealista Salvador Dalì, si contempla nel suo splendore attraverso inediti scatti fotografici, visibili nel percorso della mostra, che la ritraggono in compagnia dell’artista spagnolo.

Disinibita, fascinosa, eclettica ma anche fragile, riflessiva e sensibile, la Lempicka attraversa il suo cammino artistico senza mai voltarsi, combattendo la paura della guerra rifugiandosi nel grembo materno della pittura di cui è schiava e padrona, guardando verso nuovi orizzonti esaltanti e rivoluzionari. La mostra, nata sotto l’alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana e promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, vanta 80 dipinti di cui uno, Portrait de Madame P. del 1923, mai esposto al pubblico perché considerato perduto; circa 40 disegni di Tamara de Lempicka, 50 fotografie d’epoca che ritraggono la regina del moderno come una vera star del cinema e 13 dipinti di artisti polacchi che frequentò in Francia e a Varsavia. In questa esposizione la Storia con la S maiuscola di questa donna è raccontata dalle sue lettere, dalle sue tele che la ritraggono a loro volta come un genio che «guardando verso le stelle, ritrova la propria dimensione nell’universo» (Salvador Dalì).

Tamara de Lempicka. La regina del moderno

A cura di: Gioia Mori (storica dell’arte nota a livello internazionale per i suoi studi sulla pittura dell’artista) – Organizzazione: Comunicare Organizzando di Alessandro Nicosia

Roma, Complesso del Vittoriano, dall’11 marzo al 10 luglio 2011

Didascalie Complete

Foto 1: Tamara de Lempicka La sciarpa blu – The Blue Scarf (1930)

Olio su tavola, 56,5 x 48 cm

Collezione privata

©Tamara Art Heritage / Museum Masters International NYC

Foto 2: Tamara de Lempicka Kizette in rosa – Kizette in Pink (1926)

Olio su tela, 116,5 x 73 cm

Nantes, Musée des Beaux-Arts

©RMN-Foto: Gérard Blot

©Tamara Art Heritage / Museum Masters International NYC

Foto 3: Tamara de Lempicka Rafaela su fondo verde (Il sogno) – Rafaëla on a Green Ground (The Dream) (1927)

Olio su tela, 81,3 x 58,5 cm

Collezione privata, courtesy Duhamel Fine Art

©Tamara Art Heritage / Museum Masters International NYC

Foto 4: Tamara de Lempicka La bella Rafaëla – La Belle Rafaëla (1927)

Olio su tela, 63 x 90

Collezione Sir Tim Rice

© Sir Tim Rice

©Tamara Art Heritage / Museum Masters International NYC

Foto 5: Tamara de Lempicka Nudo con grattacieli – Nude with Skyscrapers (1930)

Olio su tela, 92 x 73 cm

Collezione Caroline Hirsch

©Tamara Art Heritage / Museum Masters International NYC

Foto 6: Tamara de Lempicka Autoritratto – Self-Portrait (1936 circa)

Matita su carta, 300 x 235 mm

Stati Uniti, collezione Richard e Anne Paddy

©Tamara Art Heritage / Museum Masters International NYC

Foto 7: Tamara de Lempicka Natura morta con gigli e foto – Still Life with Lilies and Photograph (1944 circa)

Olio su tela, 61 x 50,8 cm

California, collezione Anjelica Huston

©Tamara Art Heritage / Museum Masters International NYC



  • giuseppe floriano Bonanno

    Complimenti, per l’ interessante approfondimento su questa straordinaria artista che ha contrassegnato un epoca tutt’altro che femminista con una interpretazione originale e personalissima…ciao e a presto