Anaïs Nin e lo Spirito di Bali

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Henry Miller nel saggio «Un être étoilique» dedicato ad Anaïs Nin (nata a Parigi nel 1903 e morta a Los Angeles nel 1977) descrisse i Diari ancora inediti della scrittrice come «una monumentale confessione che, quando sarà data al mondo, prenderà il suo posto accanto alle Confessioni di Sant’Agostino, di Petronio, Abelardo, Rousseau, Proust e altri». Era il 1937 e Anaïs Nin avrebbe dovuto attendere quasi trenta anni prima di trovare una casa editrice disposta a pubblicare la sua opera. Quando ciò avvenne, nel 1966, aveva sessantatre anni e raggiunse finalmente quella fama e quel successo che per tutta la vita aveva fortemente desiderato. Gli scritti per cui Anaïs Nin è particolarmente nota sono il brillante saggio D. H. Lawrence. Uno studio non accademico (edizione Bompiani) e proprio i suoi Diari, quelli definiti “espurgati” usciti in sette volumi (in Italia Bompiani ha al momento pubblicato solo i primi sei) che vanno dal 1931 al 1974 e quelli incensurati (anche questi editi da Bompiani) che con dovizia di dettagli descrivono tutti i suoi legami dal 1931 al 1937, compreso il suo rapporto personale con Henry Miller, le sue passeggere passioni per Otto Rank, il pupillo ribelle di Freud, e per l’artista folle e allora incompreso Antonin Artaud. Negli anni sessanta la rivalutazione di tutti questi personaggi aveva giocato molto a favore di Anaïs che con tutti loro aveva stabilito in gioventù un legame personale e sentimentale oltre che un sodalizio intellettuale. Il diario incensurato Henry & June che racconta la vicenda personale fra la scrittrice, Henry Miller e la moglie di lui, June, ha addirittura indotto Philip Kaufman a realizzare nel 1991 l’omonima trasposizione cinematografica, con una giovanissima Uma Thurman nei panni di June.

La grande forza dei Diari, e chi ne ha letto qualche pagina lo sa, sta nell’incredibile capacità dell’autrice di descrivere l’inconscio, di raccontare con elegante naturalezza ed efficacia il mondo interiore: Anaïs Nin ha il particolare dono di saper leggere l’irreale, il sogno e di renderlo accessibile con un linguaggio onirico e chiaro al tempo stesso. È una natura complessa quella di Anaïs Nin, segnata irrimediabilmente dall’abbandono del padre (è per lui che inizia a compilare il diario, per tenerlo aggiornato sul suo quotidiano e quello dei suoi fratelli), per tutta la vita ha mantenuto uno strano senso di inferiorità, un impellente bisogno di affermarsi e di farsi amare anche mutando la propria natura, porgendosi al suo interlocutore come lei immaginava che questi volesse, ritenendo che trasformare in realtà le menzogne fosse un dono e quasi un atto di altruismo; la sua duplicità e ambiguità furono per tutta la vita una costante e il suo carattere decisamente camaleontico nascondeva una deliziosa e insanabile fragilità interiore. La consapevolezza di sé, che non fu mai assoluta, la raggiunse solo negli anni sessanta quando finalmente il primo Diario venne dato alle stampe e ottenne un tale successo da indurla nel giro di soli otto anni alla pubblicazione degli altri cinque volumi. Il settimo volume del Diario, ancora inedito in Italia, uscì, postumo, nel 1980 e ci presenta una Anaïs Nin diversa, molto impegnata e indaffarata fra lezioni universitarie, corrispondenza e molteplici viaggi in giro per il mondo finalizzati anche alla presentazione dei suoi scritti che intanto vengono pubblicati in Europa e in Asia. Sono però anche gli anni della malattia che lentamente la consuma e le pagine di questo ultimo diario raccontano la sua lotta e la sua voglia di continuare a cercare il bello e l’intenso della vita.

Il desiderio di Anaïs Nin era stato di concludere il lungo racconto della sua esistenza con il suo ultimo importante viaggio che compì a Bali nell’estate del 1974. Questa esperienza non è dunque da ritenersi fondamentale per il viaggio in sé ma perché si colloca in un periodo decisamente delicato e critico, in cui già la sola idea della partenza è fonte di distrazione e le regala l’illusione di un futuro ancora tutto da vivere. L’occasione di questo viaggio nasce nell’inverno del 1974 dall’incontro con due signore francesi che si trovano a Los Angeles, l’una per promuovere il turismo a Tahiti, nella Nuova Caledonia e nelle Nuove Ebridi, l’altra per rappresentare la compagnia aerea che serve quelle destinazioni. Chiedono ad Anaïs di visitare quei luoghi, loro avrebbero sostenuto tutte le sue spese e lei avrebbe descritto il proprio viaggio in alcuni articoli. Le chiesero inoltre se desiderasse visitare un posto in particolare e senza esitare Anaïs rispose «Bali». L’idea di visitare l’isola l’aveva già da tempo, da quando molti anni prima aveva letto il libro di Colin McPhee Una casa a Bali (in Italia edito da Neri Pozza), aveva avuto anche modo di conoscere personalmente l’autore con cui non era entrata affatto in sintonia, sebbene il suo libro l’avesse sin da subito emozionata. La stessa Anaïs racconta che le descrizioni di McPhee erano così poetiche e belle da riuscire ad avvertire e percepire la musica di Bali con la sola lettura del libro in cui viene definita «una doccia di oro, una pioggia di argento». Anaïs aveva sempre dato un grande valore alla musica, suo padre, Joaquín Nin y Castellanos, era stato un noto compositore e concertista, sua madre era stata una cantante, apprezzata anche dal celebre Gabriele d’Annunzio e anche il fratello più giovane, Joaquín Maria, aveva intrapreso una fortunata carriera di compositore e pianista. Oltre a questo innato amore per le sette note, già negli anni trenta, Anaïs aveva avuto modo di ascoltare e leggere quanto Artaud aveva scritto degli effetti e del fascino che suscita negli spettatori il teatro balinese, fatto di musica, suggestioni, spiritualità, tutte parole care all’essenza della delicata scrittura di Anaïs. Possiamo dunque ipotizzare che sin da allora Bali avesse potuto rappresentare più che una curiosità.

Le pagine di Diario che Anaïs Nin dedica a Bali sono però un vero resoconto di viaggio con accurate descrizioni degli usi, dei costumi e dei luoghi che visita. La scrittura di questo viaggio è lontana dal suo solito modo di descrivere l’inconscio e l’astratto, tesa come è a raccontare il tangibile. Probabilmente avendo dovuto comporre gli articoli che le erano stati richiesti, le venne spontaneo mantenere lo stesso registro per poter scrivere e pubblicare un pezzo anche su Bali: se mettiamo infatti a confronto le sue pagine di Diario di questo viaggio e Spirit of Bali che in effetti poi uscì il 6 gennaio del 1975 sul quotidiano the village Voice, ci rendiamo conto che la fonte diretta è proprio il Diario. È un vero reportage di viaggio in cui però non mancano delle affascinanti constatazioni: «Vita, religione e arte tutto converge a Bali. Non hanno un termine nella loro lingua che corrisponda ad “artista” o “arte”. Chiunque è un artista. La creatività è normale e diffusa. Vuol dire onorare gli dei e la comunità. Tutti loro sono artisti nella nostra accezione. Il pescatore di notte può trasformarsi in musicista e la ragazza del villaggio che lavora tutto il giorno, alla sera può essere una sofisticata danzatrice». La danza viene definita un’interpretazione della vita e tutti i movimenti e i gesti a Bali sono scanditi da un ritmo morbido e sinuoso in perfetta armonia con la natura. «Loro hanno appreso a migliorare, trasformare, elevare la vita che ci viene data». L’amore di Anaïs per Bali va di pari passo all’altra sua recente scoperta, il Giappone. In maniera nitida avverte però che sono due amori diversi che rappresentano ognuno una intima parte di sé: il Giappone rappresenta il mascolino che è in lei; Bali, con la sua delicatezza e la sua gentilezza rappresenta indubbiamente il suo sé femminile, e proprio nell’amore incondizionato per questi due luoghi pieni di fascino e mistero che Anaïs trova simbolicamente l’interezza del proprio io. Queste sono fra le ultime riflessioni affidate al Diario destinato alla pubblicazione, la vita in lei stava lentamente scivolando via ma sull’isola degli Dei ritrova la sua insaziabile curiosità e quasi auspicando di tornarvi in forma diversa conclude con queste parole definitive e serene: «Fammi pensare alla morte come fanno i Balinesi, come un volo in un’altra vita, una gioiosa trasformazione, una liberazione del nostro spirito perché possa visitare tutte le altre vite».