Uno strano incrocio tra il giovane di oggi e quello di ieri, o meglio, tra il malessere figlio della modernità, e la coscienza, che di moderno ha forse poco. Descriverei così il venticinquenne Vasco Brondi, che assume una posizione controcorrente se si considera il panorama musicale odierno che vede sempre più spesso i riflettori puntati su “artisti”-meteore, figlie evanescenti dei reality show. Il suo progetto musicale, “Le Luci della Centrale Elettrica”, parte con la pubblicazione del demo omonimo autoprodotto nel 2007, ed assume contorni più definiti nel maggio 2008, con l’uscita dell’album d’esordio (vincitore della Targa Tenco come Miglior Opera Prima) prodotto da Giorgio Canali, che ha accompagnato alla chitarra elettrica il giovane cantautore in tour, ed intitolato “Canzoni da spiaggia deturpata”. Ed è davvero questa l’impressione che si ha ascoltando il disco che ha fatto il successo di questa valida one man band: spiagge deturpate che si protendono su urbanità malsane, martoriate da un deviato ideale di progresso; città che diventano, esse stesse, immense spiagge violentate, scenari in cui si stagliano quotidianità rese tragiche dalla precarietà caratteristica dei nostri giorni; malesseri individuali figli del ben più grande, e grave, stato inconscio-depressivo in cui versa la nostra società. Società e drammi individuali-collettivi che troviamo anche nei post del blog di Brondi, raccolti nel libro “Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero” uscito per Baldini Castoldi Dalai nel 2009.
La stessa atmosfera la ritroviamo in parte nel nuovo album “Per ora noi la chiameremo felicità”, che conta 10 tracce difficilmente distinguibili l’una dall’altra ad un primo, o comunque superficiale, ascolto. Il tutto rimane anche un po’ imbrigliato nella monotonia di sonorità e tematiche troppo simili a quelle del primo lavoro. La tanto decantata società del consumismo sfuma e si fa forte, al tempo stesso, tra sogni che si vogliono come armi nucleari (Anidride Carbonica), contraddizioni latenti, burqa e gonne, cieli violentati e petroliere, tragedie quotidiane fatte di distanze e sogni infranti, licenziamenti e speranze che non crollano. Qualcuno la chiama felicità, nonostante le esplosioni, gli eserciti decimati, i licenziamenti, le fabbriche abbandonate, le lotte senza gloria – né onore forse – che si consumano nei bar, gli amori che si consumano e basta. Per ora la chiamano felicità decine di ragazzi con la mente ancora viva e non stuprata da pseudomelodie ed esercizi sintattici (riusciti male) di canzoni destinate a rimanere tali. Ad un ascolto attento, ed intenso, i brani de “Le Luci della Centrale Elettrica” diventano invece immagini, pensieri e riflessioni, che lasciano una traccia persistente, eppure sfuggente, nella mente dell’ascoltatore.
Tracce difficili da seguire durante i live (personalissimo ed opinabile parere), com’è avvenuto per la tappa catanese del nuovo tour. Si fatica un po’ a cogliere impressioni verbali trafitte – ed anche un po’ coperte – dal violino elettrico di Rodrigo D’Erasmo, talvolta vero protagonista della scena. Durante la performance acustica di fine concerto emerge invece la figura di Vasco Brondi: con viso ingenuo e voce rauca, strisciante di rabbia, scuote timpani e pensieri, lasciando l’amaro in bocca per la lucidità delle rapide impressioni sulla realtà che riempiono i suoi testi. Testi fatti di immagini efficaci che rompono la sintassi verbale creando una più intensa paratassi visiva, sebbene di visivo e scenografico ci sia ben poco, tutto è sonoro e verbale, intimo e mentale.



